Bella e perduta

Il lirismo di Marcello si fa allegoria della Penisola

17 Novembre 2015
4/5
Bella e perduta

Tra fiaba e documentario, Bella e perduta – unico titolo italiano in competizione al Locarno la scorsa estate – è la storia minuta di piccoli uomini e silenziosi animali, calata nella drammatica realtà di un’Italia dilaniata e coraggiosa. Il suo film doveva essere una cosa, poi ne è diventata altra. Marcello voleva raccontare la sua terra, la Campania e il casertano, espandendo il viaggio a tutta la Penisola. Punto di partenza: la devastata reggia di Carditello, in provincia di Caserta, stretta d’assedio da discariche, cemento e malaffare. Tommaso Cestrone ne è stato l’indomito guardiano-pastore fino alla sua improvvisa morte, avvenuta nel 2013. Il film ha intercettato questa scomparsa e si è trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella – mediatore tra la terra e l’al di là – e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta bellezza. Il viaggio della maschera inizia nella Terra dei Fuochi, dove le architettura borboniche sono macinate dalla camorra, dai veleni e dall’insipienza di chi governa. Patrimoni alla deriva, come il bufalo che, portato al macello, alla fine si rifiuta di parlare mentre Pulcinella, fattosi uomo per amore del nostro mondo, perde la capacità di comprenderlo. La sua, sembra però dire con disarmato lirismo Marcello, non è una sconfitta. Ma un possibile inizio.

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