Banksy – L’arte della ribellione

Rari materiali d'archivio e interviste ad amici e collaboratori per studiare l'opera dell'artista visionario e indagare sulla sua misteriosa identità

26 Ottobre 2020
3/5
Banksy – L’arte della ribellione
"Balloon Debate". (Photo by Marco Di Lauro/Getty Images)

Difficile non ammettere che buona parte del fascino di Banksy sia dato dall’anonimato, essendo il misterioso artista di Bristol uno dei testimoni più importanti della strategia dell’assenza nel mondo contemporaneo: l’inaccessibilità come desiderio, da Salinger a Pynchon fino a Malick (un tempo) ed Elena Ferrante.

In realtà questa “evidenza del non esserci” sembra essere un valore secondario nel documentario di Elio España Banksy – L’arte della ribellione che, anzi, pare quasi mettere in secondo piano il fatto che nessuno sa chi sia e chi lo sa si guarda bene dal rivelarlo. In fin dei conti è un dato interessante perché l’obiettivo primario del film è offrire al pubblico popolare – magari quello che si ferma agli iconici graffiti di stencil Girl with Baloon o il “lanciatore di fiori” – una monografia storico-critica di taglio molto divulgativo.

Luglio 1972: Un gruppo di giovani disegnano graffiti su un muro di New York. (Photo by F. Roy Kemp/BIPs/Getty Images)

Il principio è chiaro: se c’è ancora chi ritiene che la street art sia qualcosa di poco serio, è il momento di ricostruirne la storia attraverso l’opera di uno dei suoi esponenti più rappresentativi. Per di più, di Banksy – i cui interventi sono sempre mossi da un attivismo politico talvolta sottovalutato o perfino sconosciuto – molti ignorano le performance, le installazioni, le mostre temporanee.

Accostando pezzi di repertorio, interviste ad amici e colleghi e commenti critici, Banksy – L’arte della ribellione ripercorre la storia del pioniere dai primi passi nella scena underground di Bristol ispirata alle esperienze newyorchesi fino alle incursioni nei musei e alle beffe situazioniste nel bel mezzo di aste milionarie, raccontando l’evoluzione dello sguardo dell’establishment nei confronti del movimento e, al contempo, la costante rivendicazione di una coerenza ideologica.

Certo, mancano voci che possano in qualche modo fare le pulci al progetto e porre le domande scomode per capire i rapporti con il mercato, ma il piatto forte è la teoria di materiali inediti su cui España ha lavorato con grande passione. Non aspettatevi la rivelazione dell’identità: a un certo punto si civetta con la tesi secondo cui ci sia dietro Robert Del Naja, il leader dei Massive Attack, si flirta con i rumors accostando i suoi occhi a quelli di Banksy mascherato. Ma è più un giochino che un indizio.

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