Angels Wear White

Vivian Qu realizza un film doloroso e (im)potente, che riflette sul dramma dell'infanzia negata e sui limiti del cinema/sguardo, in Concorso

7 Settembre 2017
3,5/5
Angels Wear White

Quattro anni dopo l’esordio (Trap Street), Vivian Qu continua la sua riflessione sui limiti (non solo morali, o etici) del cinema e dello sguardo. Questa volta la storia è incentrata su due ragazzine, vittime di violenza sessuale da parte di un potente uomo di mezza età, e sulla giovane receptionist dell’albergo dove è avvenuto il terribile atto.

Mia (Wen Qi), che lavora in quell’albergo ma è minorenne e senza documenti è l’unica testimone di quanto avvenuto: non sa, di preciso, che cosa è avvenuto in quella stanza ma sa – perché le telecamere al piano lo hanno ripreso – che quell’uomo è entrato lì dentro, da loro. Dopo due giorni, però, quella registrazione viene sovrascritta dal sistema. Che cosa fare, ora? Dire la verità su quanto avvenuto e rischiare di perdere il posto o rinchiudersi in un più rassicurante “non ho visto nulla”?

Vivian Qu, che apre il tutto mostrandoci, dal basso, una gigantesca statua di Marilyn Monroe nella celebre posa di Quando la moglie è in vacanza (attrazione sul lungomare della cittadina balneare dove è ambientata la vicenda), e che chiude il racconto facendoci vedere lo smantellamento della stessa, sradicata e portata via sul rimorchio di un camion, realizza un film doloroso e (im)potente, che riflette sul dramma dell’infanzia negata (scopriremo, più avanti, che Mia è fuggita di casa da tre anni, vagabondando di paese in paese) e sulla censura come modus pensandi (e operandi) di un intero paese, che preferisce tutelare il potere piuttosto che provare a tutelare la dignità (e la vita) delle giovanissime generazioni.

Nessuno è esente da colpe, a ben vedere: perché le due bambine, quella sera, erano sole con quell’uomo? Dov’erano i genitori? E, soprattutto, in che modo ci si rapporta di fronte ad un terribile abuso subito come quello? Vivian Qu non giudica, lascia che il film respiri di vita propria, assecondando i ritmi dell’anima.

Ma, al tempo stesso, non si nasconde e ci obbliga a confrontarci (pur senza mai mostrare l’atto della violenza) con lo strazio e l’insicurezza, il sopruso e lo scippo della verginità: temi che, a quanto pare, le istituzioni preferiscono non affrontare, ma sotterrare sotto la sabbia di un litorale sovrastato dalle cosce e dalle mutande bianche di Marilyn.

 

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