Ana Arabia

La storia non può essere "tagliata", né la memoria: il pianosequenza di Gitai, in nome di una coesistenza possibile

28 Maggio 2014
4/5
Ana Arabia
Ana Arabia

Giovane giornalista israeliana, Yael (Yuval Scharf) si reca in una bidonville di Jaffa per realizzare un reportage sulla famiglia di una donna, ormai passata a miglior vita. Ebrea sopravvissuta all’Olocausto, si convertì poi all’Islam: dall’incontro con il marito della donna, la figlia, la nuora e i vicini, Yael scopre le sfumature di un vissuto che è in netta contraddizione con le divisioni e l’odio che caratterizzano – a livello politico e agli occhi del mondo – quei territori.
Un unico pianosequenza lungo 81′, il nuovo film di Amos Gitai è chiaro tanto nei contenuti, quanto nella forma: la macchina da presa ci accompagna in quel cortile, dentro l’appartamento, si ferma e si rimette in movimento all’incedere di Yael, che in maniera quasi circolare esplora quella realtà con la stessa cura, e attenzione, con cui ascolta le parole dei vari Yussuf (Abu-Warda), Miriam (Sarah Adler), Sarah (Assi Levy) e Hassan (Uri Gavriel).
La storia non si può “tagliare”, sembra volerci suggerire Gitai, e la memoria prende forma, necessariamente sotto le sembianze di un cerchio. Perché in questo racconto di dolore e determinazione, ma anche di tradizioni e condivisioni, si possono ritrovare gli elementi propri di una circolarità – nascita, vita, prigionia, esilio, radici, morte – che non potrà mai terminare, finché a tenerla in vita è il ricordo, e la parola.
Un film-manifesto sull’importanza della tradizione orale, e un altro esempio nell’ormai smisurata filmografia di Gitai di come il cinema possa trasformarsi in “strumento di speranza”: una volta, come dirà ad un certo punto un personaggio del film, “alla base di tutto c’era il rispetto. Non importava essere arabi, ebrei, cristiani o beduini, si stava insieme come continuiamo a fare noi qui”. In un luogo – la Terra Santa – che “alcuni reclamano come proprio, ma che appartiene solamente a Dio”, gli fa eco un altro. Quello che conta, nella realtà di tutti i giorni, è proseguire sulla strada della coesistenza. E del dialogo. Che nel film di Gitai, per forza di cose, è elemento predominante e persistente. Allo spettatore viene chiesto molto, è vero, ma è uno sforzo che deve essere compiuto. Fino a quando le parole, e i volti, si allontanano dalla macchina da presa, che punta lentamente verso il cielo per abbracciare poi un’intera veduta di Jaffa. Insieme al terzo movimento della sinfonia n° 1 di Gustav Mahler.

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