Amo la tempesta

Riportiamo a casa i cervelli in fuga: una commedia malinconica intrappolata nel "tema". Produzione indipendente, parterre variegato, in sala con cinque anni di ritardo

6 Agosto 2020
2/5
Amo la tempesta

È un’estate diversa da tutte le altre, lo sappiamo, ma certe consuetudini restano. Come quella di far riemergere dal purgatorio degli inediti qualche film italiano da anni in attesa di una distribuzione.

Amo la tempesta fa parte di questa categoria: girato nel 2015 e scongelato a distanza di cinque anni, low budget e produzione indipendente, girato tra Italia e Germania, regista esordiente e un onorevole manipolo di attori di varia provenienza. Nessuno avrebbe potuto prevedere all’epoca le conseguenze di una pandemia, certo è che scoprire oggi una storia del genere è un po’ straniante.

 

Per di più, come molto cinema italiano, la gabbia del “tema” dove imprigionare la trama e lo spirito, che in questo caso è la fuga dei cervelli. Tutto molto nobile ma, insomma, non basta appigliarsi a qualcosa di condivisibile (è un problema che i giovani debbano andare all’estero per essere riconosciuti? Naturalmente sì) per ottenere un risultato convincente.

Inoltre, il regista Maurizio Losi preferisce concentrarsi sulla generazione dei genitori, scegliendo come protagonista del racconto un padre, umile e vessato autista di scuolabus, che, stanco di non poter vivere con il figlio emigrato in Germania, organizza, con il benestare degli altri genitori del quartiere nella sua stessa situazione, il sequestro dei ragazzi.

Il conflitto è culturale, dunque generazionale: da una parte genitori desiderosi di proseguire un modello culturale in cui la famiglia è riunita sotto lo stesso tetto o comunque dislocata entro un breve raggio, dall’altra una nuova leva convinta che altrove possa esserci non solo una realizzazione professionale ma anche una possibile felicità personale.

 

A dare il volto al sofferto e sofferente protagonista c’è Nando Paone, storico caratterista che come ogni comico alla grande occasione “drammatica” qui si spende moltissimo facendo di sottrazione virtù. Ed è l’unico a cercare di collocarsi sotto le righe, a differenza dei suoi compagni di scena tutti più o meno con il pilota automatico.

Variegato il parterre: Tony Sperandeo, Ugo Dighero, Maurizio Donadoni ma anche apparizioni nientemeno che di Ferruccio Soleri e Elisabetta Pozzi fino a cammei di Enzo Iachetti, Giobbe Covatta, Vito con Maya Sansa che aleggia quasi stesse in un film a sé. Professionisti che a loro modo costituiscono un amalgama curioso se non bizzarro ma che fanno risaltare le acerbe prestazioni di alcuni degli attori più giovani.

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