Ci ha costruito una mitologia, l’America, sulla ricerca della felicità, diritto sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza proprio per ratificare l’interesse nei confronti dei bisogni individuali (non individualisti: la felicità è tale solo se condivisa, no?). Ma il tema sta a cuore anche a un paese infinitamente meno esteso ma più antico degli Stati Uniti: il Bhutan, piccolo regno nella catena himalayana che conta meno di ottocentomila abitanti e nota agli appassionati di cinema grazie all’exploit di Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, primo titolo nazionale a conquistare la candidatura all’Oscar per il miglior film straniero. Ma il Bhutan è celebre anche per la Felicità Interna Lorda, l’indice che considera sia parametri economici tradizionali sia il benessere spirituale, tenendo conto di aspetti come la salute, l’istruzione, la vitalità sociale. Al centro c’è la persona, poiché non esiste sviluppo senza felicità.

Ma come si misura la felicità? Alla domanda provano a rispondere Arun Bhattarai e Dorottya Zurbó con Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità, documentario acclamato al Sundance del 2024 in cui seguono due funzionari (il titolo si riferisce a loro) che attraverso il piccolo regno per raccogliere dati al fine di rilevare il livello di felicità della popolazione. Già messa così c’è del fascino: si può capire un elemento così umano attraverso un metodo burocratico? Bhattarai e Zurbó sembrano esaltare proprio questa apparente “contraddizione”: la chiave d’accesso al film è proprio nella comprensione della felicità come questione nazionale e cuore dell’agenda governativa. Non è retorica ma politica.

Non è un caso che uno dei due “ispettori della felicità”, Amber, sia a sua volta un uomo alla ricerca di quella felicità che per lavoro deve certificare, quarantenne che vive con l’anziana madre e aspetta l’amore. È anche una chiave di lettura per vedere questo documentario come una commedia malinconica o un dramma ironico: può un infelice testare la felicità altrui? Cinema del reale in purezza, Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità è un road movie nel ventre del paese, una galleria di persone incaricate di rappresentare una comunità complessa e poco inquadrabile. Che, a prima vista, non è esattamente il ritratto di quella felicità faticosamente perseguita dal governo.

Eppure, a unire l’agricoltore con tre mogli, la ragazza in crisi per l’alcolismo della madre, la cantante transgender, il vedovo religioso è l’approccio al cospetto delle difficoltà esistenziali: sogni e bisogni si specchiano nelle domande più scontate (“Sei depresso?”, “Quante volte ti arrabbi?”) ma anche in quelle più imprevedibili (“Quante mucche possiedi?”, “Hai un trattore?”). Non suoni stonata la riflessione che fa una delle persone intervistate: “Mi chiedo sempre come mai un’anima così triste come la mia sia nata in un paese così felice”. Certo, il pericolo che il minimalismo sfoci nell’esotismo è dietro l’angolo, ma il film è curioso ed efficace anche per il suo muoversi in bilico tra tenerezza e oggettività.