About Endlessness

I soliti tableaux vivants "dipinti" da Roy Andersson, per riflettere sull'infinità di segni che compongono l'esistenza. A Venezia 76 cinque anni dopo il Leone per il Piccione: scialbo déjà-vu

3 Settembre 2019
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About Endlessness
About Endlessness

“Jag ser en man”… (Vedo un uomo che…)

“Jag ser en kvinna”… (Vedo una donna che…)

Cinque anni dopo il Leone d’Oro vinto con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza lo svedese Roy Andersson torna in gara a Venezia con altri, “nuovi” tableaux vivants per l’ennesima riflessione sulla vita umana, “in tutta la sua bellezza e crudeltà, splendore e banalità”: è Om det oändliga (About Endlessness), film che riproponendo l’abituale schema camera fissa con rappresentazione pittorica à la Hopper intende raccogliere “l’infinità di segni che compongono l’esistenza”.

Ancora una volta, Andersson alterna situazioni di umorismo surreale ad altre di drammatica solitudine, insiste solamente su un paio di “personaggi” (un prete che ha perso la fede e cerca conforto da uno psicologo, un signore che s’imbatte in un vecchio compagno di scuola che però non ricambia il suo saluto), fa introdurre tutti (o quasi) i suoi quadri da una voce di donna onnisciente (“Vedo un uomo che”… “Vedo una donna che”…), si concede un unico movimento di macchina (quando segue il poetico volo di due amanti abbracciati sopra il cielo di una Colonia distrutta dalla guerra), alterna senza soluzione di continuità momenti irrilevanti a eventi che in qualche modo hanno fatto la Storia (Hitler e qualche stanco gerarca chiusi in un bunker, sottoterra, ad attendere la fine).

Insomma, come fossimo trasportati in un sogno nel sogno (il prete ha l’incubo ricorrente di dover affrontare una dolorosa e umiliante Via Crucis…), assistiamo allo svolgersi di un frammento di quotidianità che si eleva a momento “assoluto”, al pari di qualsiasi altro fatto noto.

Sensibilità di sguardo conclamata, gusto per una geometria di inquadramento risaputa, “palette” che oscilla come sempre tra Hopper e Bruegel, Andersson si rifugia senza troppi sforzi nel suo habitat naturale, anche con meno verve del solito.

La sensazione, dunque, è che sullo schermo prendano vita le “scene eliminate” del Piccione di cinque anni fa. Poetiche e suggestive quanto si vuole, ma alla lunga (anche se il film ha il grande pregio di durare solamente 76’) figlie di una reiterazione che sa tanto di già visto. E che poco aggiunge alla världsbild del grande regista scandinavo.

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