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2000 Metri ad Andriivka
Se 20 giorni a Mariupol inchiodava con vertiginosa empatia lo sguardo sulla catastrofe civile e la distruzione di una città, 2000 metri ad Andriivka (in sala dal 19 al 21 gennaio) cambia asse: non più l’assedio e la sorte dei civili inermi, ma l’esperienza del fronte, la guerra come lavoro quotidiano, il movimento distratto del mondo ricompreso e ricompattato in un orizzonte di minimi spostamenti, avanzando centimetro dopo centimetro sull’orbita della conquista e della conservazione della vita. E paesaggio che sembra già post-umano.


2000 Metri ad Andriivka
Due chilometri che diventano drammaticamente la misura di tutte le cose, in un folle ribaltamento di schemi e orizzonti mondani. Così, nel paradosso che sembra eludere la logica corrente, la missione in guerra è un’elusione, un vivere in funzione di un obiettivo che a poco a poco rivelerà contorno sfocati, una fisionomia labile, evanescente. Arrivare ad Andriivka comporta, all’opposto, la sensazione che la guerra sia un eterno presente fatto di attese, di avanzamenti improvvisi, di ritorni frustranti, di “buchi” nel tempo e nella vita.


2000 Metri ad Andriivka
Mstyslav Chernov rievoca la controffensiva ucraina del 2023, l’avanzata verso Andriivka in un corridoio di foresta fra campi minati, utilizzando riprese “embedded”, droni e bodycam dei soldati. Il voice over è a tratti cantilenante mentre comunica chi sarà vivo e chi non lo sarà. Come il precedente lavoro premiato con l’Oscar, anche questo si colloca nell’alveo post-digitale dei documentari bellici come Restrepo, in un’idea di testimonianza non mediata dalla distanza (non la guerra vista, ma la guerra “addosso”), con un’immersione che non è mai solo pratica estetica, ma ontologica: ciò che vediamo esiste perché qualcuno, in quel momento, è vivo “abbastanza” da registrarlo. Con il rischio evidente di intensificare la visione fino a farne spettacolo.
