Venezia 73, Barbera e champagne

Un programma (sulla carta) inattaccabile. Tanta America (“perché i film sono belli”) e novità strutturali: “La Mostra rimane fedele a se stessa, guardando però ai cambiamenti dell’oggi”
Venezia 73, Barbera e champagne
Alberto Barbera

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. È da qui che si parte, è qui che si fa ritorno. “Venezia non cambia la sua natura, resta un Festival di arte cinematografica, legato all’idea di cinema d’autore, anche per quello che riguarda le grandi produzioni americane: mai banali o convenzionali. Perché così tanti film americani? Semplice, perché sono belli”.

Alberto Barbera presenta l’edizione 73. della Mostra (31 agosto – 10 settembre), la quinta consecutiva sotto la sua (seconda) direzione artistica, forte di un programma che, mai come quest’anno, sembra francamente inattaccabile, già leggendo tra le righe del Concorso principale: dall’inserimento dell’ultimo minuto di Jackie di Pablo Larraín (“il film non è terminato, lo abbiamo visto solamente due giorni fa: straordinario racconto dei quattro giorni successivi all’omicidio Kennedy dalla prospettiva della moglie Jacqueline, interpretata da Natalie Portman”)

Natalie Portman è Jackie

Natalie Portman è Jackie

al già annunciato La La Land di Damien Chazelle (film d’apertura), passando per i già sussurrati Arrival di Denis Villeneuve (“fantascienza a metà strada tra Spielberg e Malick”), Nocturnal Animals di Tom Ford e The Light Between Oceans di Derek Cianfrance (melodramma con Michael Fassbender e Alicia Vikander), i francesi Ozon (Frantz) e Brizé (Une vie), i maestri Terrence Malick (Voyage of Time, “progetto lungo 10 anni, grande film visionario che prova a raccontare la genesi dell’universo, attraverso grandi immagini scientifiche e di sintesi, computer graphic e immagini digitali a bassa definizione sulla realtà del terzo mondo”), Andrei Konchalovsky (Paradise), Wim Wenders (Les beaux jours d’Aranjuez, in 3D), il ritorno di Emir Kusturica (On the Milky Road, con Monica Bellucci), la lanciatissima Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone at Night) con la sua opera seconda, The Bad Batch, “film distopico ambientato negli States, con tutti i reietti della società buttati nel deserto tra Usa e Messico” (nel cast, tra gli altri, Jason Momoa, Keanu Reeves e Jim Carrey), il filippino Lav Diaz, per la prima volta in gara a Venezia, ma presenza fissa da anni in tutti i festival internazionali, Cannes in testa, con The Woman Who Left (226’, durata anche abbastanza contenuta considerati i suoi standard…), il messicano Amat Escalante con La region salvaje, il film argentino El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gaston Duprat, l’opera prima del cileno Christopher Murray (El Cristo ciego, “che guarda al cinema di Pasolini andando nelle miniere”) e il western dell’olandese Martin KoolhovenBrimstone – “girato in tutta Europa ma sarà difficile non credere di essere in America”. Fino ai tre italiani che completano il concorso portandolo a 20 titoli: Questi giorni di Giuseppe Piccioni (“il suo film più ambizioso”), Piuma di Roan Johnson (“una commedia ben scritta e recitata benissimo) e Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti (“definirlo documentario sarebbe riduttivo, realizzato a bassissimo costo, cosmologia e riflessione sul senso della vita, sui quattro elementi, di una potenza espressiva incredibile”).

“Parlare delle tematiche non è facile – spiega Barbera –, i cineasti facendo finta di parlare di altro continuano a parlare dell’oggi, oltre alle riflessioni sui grandi interrogativi di sempre. Lo fanno con più filtri, di genere o tecnologici, attingendo alla letteratura o al teatro, mediando forse maggiormente rispetto al periodo più recente. Con una presa di distanza dalla brutalità del contemporaneo, che non equivale però a rifuggirne. Una mediazione rispetto a quello che accadeva negli anni recenti, quando il cinema d’autore sembrava orientato a recuperare un rapporto con la realtà, con l’oggi, quasi senza filtri”.

Per quanto riguarda le scelte relative ai film di casa nostra, invece, il direttore della Mostra svela: “Abbiamo visto 125 film italiani. Forse troppi. Ma non vorrei ripetermi sul discorso di un comparto produttivo che ultimamente sembra prediligere la quantità rispetto alla qualità. Il film di Amelio (La tenerezza, ndr) non era pronto, non l’ho visto. Abbiamo scelto quelli che ci sembravano più coraggiosi, più nuovi, oltre al fatto di essere qualitativamente validi”. Oltre ai tre in gara per il Leone d’Oro, trovano spazio Fuori Concorso i (già annunciati) primi due episodi di The Young Pope di Paolo Sorrentino, Tommaso di Kim Rossi Stuart (un film molto coraggioso, autobiografico, con tanta sregolatezza e sincerità, oltre alla capacità di prendersi in giro), Monte dell’iraniano Amir Naderi (realizzato in Italia), tra i documentari Our War di Bruno Chiaravalloti, Claudio Jampaglia e Benedetta Argentieri, Assalto al cielo di Francesco Munzi. Selezionati in Orizzonti, invece, Liberami di Federica Di Giacomo (documentario sugli esorcismi in Sicilia) e Michele Vannucci con Il più grande sogno.

Il più grande sogno

Il più grande sogno

Per quanto riguarda la sezione “Cinema nel Giardino” (dove sarà ospitato quel tipo di “cinema intermedio, quello che coniuga approccio autoriale con la volontà di parlare ad un pubblico più vasto”), infine, troveremo L’estate addosso di Gabriele Muccino, il documentario Robinù di Michele Santoro e quello di Francesco Carrozzini (Franca: Chaos and Creation), oltre a Geumul di Kim ki-duk e In Dubious Battle di James Franco.

Il presente e il futuro del cinema (“Venezia si è aperta a tutte le forme dell’audiovisivo, non c’è più separazione netta tra i film e gli altri tipi di prodotti”), ma la Mostra continua giustamente a rapportarsi anche con il passato, con la Storia del cinema mondiale: “Il Festival quest’anno è dedicato a due grandi registi purtroppo venuti a mancare proprio nelle settimane scorse, Abbas Kiarostami e Michael Cimino. Il primo ha cambiato il nostro modo di guardare e di riflettere sulle immagini in movimento, il secondo avrebbe cambiato il volto del cinema americano ancor più di quanto non sia riuscito a fare prima che gli fosse tolta la possibilità di esprimersi compiutamente”. Un duplice Omaggio sarà programmato nel corso della manifestazione. Di Michael Cimino verrà riproposto L’anno del dragone (1985), con Mickey Rourke. Di Abbas Kiarostami, invece, un programma speciale composto da un cortometraggio digitale inedito della serie 24 Frames (alla quale il regista iraniano stava ancora lavorando), e THIS IS MY FILM: 76 Minutes and 15 Seconds with Kiarostami, un film di montaggio appositamente realizzato da Seifollah Samadian, fedele amico e storico collaboratore del regista che, per oltre venticinque anni ne aveva filmato l’attività e raccolto le riflessioni sul cinema, la fotografia, l’arte e la vita.

Storia e passato del cinema mondiale che rivivono anche grazie a Venezia Classici: oltre ai titoli svelati nei giorni scorsi, Barbera ha annunciato che il film d’apertura sarà Shabhaye Zayandeh – rood che  Mohsen Makhmalbaf realizzò in Iran nel 1990. “All’epoca, il comitato di censura iraniano stabilì che il film andava contro lo spirito della rivoluzione iraniana e di conseguenza tagliò 37 minuti del negativo originale. Della versione mutilata fu comunque vietata qualsiasi proiezione pubblica, così come fu negata la possibilità di realizzare copie del film. Nel 2016 alcune parti del negativo originale sono state recuperate presso gli archivi del comitato di censura iraniano. La copia, restaurata dallo stesso Makhmalbaf, dura 63 minuti invece degli originali 100. Le parti mancanti sono irrimediabilmente perdute”.

Ci sarà poi anche The Ondekoza (1979), l’ultimo film del regista giapponese Kato Tai: mai distribuito commercialmente e appositamente restaurato dalla Shochiku, “è un’autentica rarità e sorpresa”. Come, a sorpresa, la proiezione del già annunciato Dawn of the Dead – European Cut (restauro della versione curata all’epoca da Dario Argento) di George A. Romero, sarà preceduta da una presentazione dello stesso Argento insieme a Nicolas Winding Refn.

Perché, come spiega anche il Presidente della Biennale Paolo Baratta, “l’imprevedibilità e il coraggio di assumersi rischi è precipua di un’istituzione culturale. Il ruolo della Mostra, in tal senso, è quello di provare a rimanere fedele a un modello che guarda alla qualità e all’autorialità delle opere, non solo nell’ottica fieristica o di esibizione. Transitare il nuovo, certamente, ma continuando a difendere la tradizione di una Mostra Internazionale, luogo dove le produzioni ospitate sanno di poter ottenere un valore aggiunto. Perché senza sventolare come banderuole al passaggio delle mode si ottiene stima e rapporto di fiducia col mondo: i tanti grandi film americani presenti quest’anno lo dimostrano”.

Il Presidente della Biennale Paolo Baratta

Il Presidente della Biennale Paolo Baratta

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tutto, in condizioni di lavoro (e vivibilità) finalmente più favorevoli: “Il buco di fronte al palazzo del Casino è stato coperto e lì sorgerà una nuova sala da 450 posti (dedicata principalmente alla sezione Cinema nel Giardino, aperta a tutti e gratuita, ndr), oltre a nuovi accorgimenti per quello che riguarda la sicurezza durante i giorni della Mostra. Anche se, conclude Baratta, uno dei migliori metodi per garantire la sicurezza è non svelare preventivamente quali saranno questi accorgimenti”.

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