Valeria a Locarno

"Dopo La pazza gioia, ancora solitudine e bisogno d'amore", dice la Bruni Tedeschi. Al festival elvetico con Une jeune fille de 90 ans
Valeria a Locarno

“Quando balliamo insieme è un sogno, sarebbe bello vivere sempre così”. Riaffiorano ricordi e un briciolo di passione amorosa nella coscienza di Blanche, l’Alzheimer l’ha segnata da tempo, è ospite del reparto geriatrico dell’ospedale di Ivry, in Francia. Thierry Thieû Niang è, invece, il ballerino: un coreografo che ha deciso di calcare per sei giorni un diverso palcoscenico, come fa spesso, portando un soffio di gioia tra le fila dei malati, molti dei quali non sanno più nulla di loro, vivono soltanto. La vecchiaia, la malattia e la sofferenza sono avvicinate con delicatezza da Valeria Bruni Tedeschi e Yann Cordian nel documentario Une jeune fille de 90 ans presentato fuori concorso al Festival di Locarno. “Siano andati tra i malati come testimoni di questo atelier di danza. Quando ho conosciuto Blanche, la “ragazzina” novantenne del titolo, per me è stata una rivelazione, già dal nome, che è quello dell’eroina del Tram che si chiama desiderio di Williams, mentre il cognome, Moreau, era lo stesso della grande Jeanne. Ci sono tante cose di questa esperienza che mi hanno ricordato la mia Beatrice de La pazza gioia di Virzì: la solitudine, il bisogno di essere amati, la civetteria, il desiderio di scappare da un posto chiuso”.

Thierry sceglie musica evocativa, grandi successi del passato. Alcune donne sorridono, alcune innescano un debole movimento, altre rimangono perse nel vuoto. “Era come parlare a dei bambini piccoli – ricorda l’attrice e regista -, come se l’estrema vecchiaia si unisse direttamente all’infanzia e la vita dimostrasse di essere un cerchio che si tocca e si chiude. Abbiamo vissuto sei giorni in un clima molto familiare”. Non è la prima volta che Valeria dirige un film, ma è il suo primo documentario. “La cosa fondamentale era trovare la giusta distanza tra se stessi e ciò che si stava filmando, guardare senza disturbare. E’ stata una esperienza quasi spirituale, non so se vivrò ancora qualcosa di simile. Un film sulla vita, sull’amore, sulla gioia, sulla sorpresa”.

Il film mostra senza veli la malattia, ma lo fa senza spaventare. Anche se si sofferma su rughe profonde del viso, occhi spenti, corpi consumati, parole sconnesse, il valore intoccabile è quello dell’umanità. «Abbiamo filmato un ospedale pubblico molto umano – precisa Bruni Tedeschi – dove i malati sono rispettati e trattati come persone. Mi ha fatto bene vedere me stessa vecchia, ha calmato delle paure. La cosa che trovo più angosciante, però, non è tanto la perdita della memoria, quanto la solitudine. Ho sofferto pensando a come queste persone non fossero accudite dalle loro famiglie e dai loro figli, una cosa tristissima nella nostra società».

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