Un amore da cani

"E' una storia magica, quasi zen", dice Gere di Hachico: A Dog's Story, presentato a Roma. E sul Nobel a Obama: "Premio d'incoraggiamento. Ora mantenga le promesse"
16 Ottobre 2009
Un amore da cani

La storia? Di una semplicità disarmante: l’amore devastato e impagabile di un cane verso il suo padrone. E’ Hachiko: A Dog’s Story, un piccolo film dal più sentimentale dei registi, Lasse Hallstrom (ricordate Chocolat? Era suo) che ha regalato a Roma, oltre ai tremori canini, anche una star di primo livello: Richard Gere. “E’ una di quelle storie che si raccontano attorno a un falò – dice l’attore -, e a cui ci si abbandona per il solo gusto della narrazione. La prima volta che ho letto lo script mi sono messo a piangere. Ha una forza misteriosa. Non c’è trucco né stratagemma, solo la magia della narrazione”. La storia del cane Hachiko – che è di razza Akita, “il primo a creare il sodalizio con l’uomo”, ci informa il film – è di quelle “realmente accadute”: “E’ capitata a un anziano giapponese – spiega Gere – al quale era stato regalato un cane che avrebbe continuato a cercarlo anche dopo la sua morte. Il cane è ormai una leggenda in Giappone”. Non si tratta però di una favoletta per bambini: “All’inizio – rivela l’attore – ho scelto di recitare in questo film perchè pensavo fosse uno di quelli che potessero vedere mio figlio e anche il mio cane. Poi però, rivedendo il montato, ho capito che se era una fiaba, era per adulti”. Il film, che ha utilizzato tre cani diversi “senza addestrarne nessuno”, uscirà in Italia nel periodo natalizio, distribuito dalla Lucky Red. Col natale condivide non le atmosfere di festa, ma un vago sottofondo mistico: ” Perciò abbiamo preferito cambiare la storia e incentrarla su un uomo di mezza età, ancora nel fulcro della vita. Volevamo aprire una finestra sulle possibilità dell’esistenza e rivelare fino in fondo il suo significato spirituale”. Non a caso Hachiko: A Dog’s Story inizia in un monastero buddista: “E’ una scelta mia – rivela l’ex American Gigolò -. Ho voluto una connessione con il mio retroterra zen. Approfittare del legame che questa storia aveva col Giappone, terra a cui sono molto legato, e darle un bozzolo spirituale. E in fondo questo film è un’esperienza mistica, che ha a che fare con l’accettazione, la fedeltà, la compassione, l’amore, ovvero con tutte le aree che ci rappresentano veramente in quanto uomini”. E parlando di uomini, la star non può fare a meno di spendere una parola anche sull’amato Dalai Lama: “Un modello immenso col quale voglio confrontarmi per tutto il resto della mia vita”. Un altro, sempre proveniente dall’estremo oriente, è Kurosawa, che ha diretto Gere in Rapsodia in agosto: “Avevo sempre l’impressione – ricorda l’attore – che fosse molto più alto di me. In realtà eravamo della stessa altezza, ma quando ci si trova di fronte a maestri del genere tutto è fuori scala”. Ma Gere si sente più occidentale o orientale? “Io sono qui. Vivo in occidente, affronto i problemi degli occidentali. E non penso che Est e Ovest siano posì così diversi. L’occidente ha prodottto pensatori e movimenti molto simili a quelli orientali. Uno di questi è ad esempio l’idealismo soggettivo fondato nel diciottesimo secolo dal vescovo della chiesa anglicana George Berkeley. Diceva che la realtà è una funzione della mente. Si tratta di un modo di vedere molto zen”. E sul premio Nobel a Barack Obama: “Un premio d’incoraggiamento. Obama è molto amato ma rischia di finire imbrigliato da una carica che stimola allo status quo e uniforma i presidenti una volta eletti. Il Nobel servirà a ricordargli che chi lo ha votato, lo ha fatto perché portasse a termine una missione”. Quale? “Rimediare agli errori fatti dagli americani in passato e promuovere la solidarietà universale. Dobbiamo tutti aiutarci l’un l’altro”. Ci riuscirà? “Io sono ottimista per natura. Ci stiamo muovendo verso la luce”.

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