Teza, l’Etiopia si Mostra

"Non cinema fast-food, ma la nostra identità", dice Haile Gerima. In Concorso, tra echi fascisti e il marxismo sanguinario di Mengistu
2 Settembre 2008
Teza, l’Etiopia si Mostra

“L’incubo di Anberber, con il granaio bucato, è il mio: non sentirmi all’altezza delle attese della mia famiglia contadina, che mi avrebbe voluto medico, e relazionarmi con difficoltà all’Etiopia attuale”. Parola del regista etiope trapiantato negli Usa di Haile Gerima, in Concorso alla Mostra con Teza, protagonista Anberber (Aron Arefe), laureato in Germania, che tornato nella natìa Etiopia con la speranza di apportare un decisivo contributo socio-politico e culturale, dovrà viceversa fare i conti con una realtà irriconoscibile e soprattutto il repressivo regime marxista di Haile Mariam Mengistu. 
Otto settimane di riprese in Etiopia, tra Addis Abeba e le montagne, sei giorni in Germania, un anno al montaggio e quattro di lavorazione complessiva, interrotta più volte per la mancanza di finanziamenti, “Teza non  è cinema fast food, ma lotta e processo creativo, come la nascita di un bambino”, dice Gerima, già a Venezia nel ’99 con il documentario Adua sulla prima guerra italo-etiopica alla fine del XIX secolo.
Attualmente al lavoro su un altro documentario sulla seconda occupazione fascista dell’Etiopia, proprio quando l’obelisco di Axum sta per essere riposizionato in patria, Gerima definisce “centrale la memoria di questa guerra: mio padre ha combattuto contro l’atrocità fascista e mia madre è cresciuta in un orfanotrofio cattolico. La nostra tradizione orale conserva ancora oggi il ricordo dei guerrieri etiopi morti per liberarci dal giogo di Mussolini”.
Dall’occupazione del Duce all’odierna situazione del Paese africano: “Trovo difficile conciliare la mia infanzia e il degrado attuale, ovvero il conflitto con l’Eritrea, il sottosviluppo, le problematiche eco-ambientali: la tragicità del presente fagocita i miei ricordi di bambino”. Se per l’esordiente Aron Arefe “grazie ai vecchi cantastorie l’identità etiope viene trasmessa ai giovani”, per il compagno di set Abiye Tedla, anche lui alla prima esperienza cinematografica, “Gerima non giudica esplicitamente la drammaticità della rivoluzione marxista, bensì indica quel che succede quando si pensa in modo distruttivo anziché costruttivo. Ho avuto dei cugini uccisi, e mentre andavo a scuola vedevo cadaveri per strada con attaccato il biglietto “Viva la rivoluzione!”: non posso dimenticarlo”.  
“Quando scrivo un film non penso mai al pubblico potenziale, e non posso dire che tutti lo capiranno, ma prima o poi Teza troverà il suo momento – dice il regista – e saprà parlare ai nostri giovani, fortunatamente distanti dal materialismo dei vostri”. Da ultimo, Gerima rivendica  l’identità estetica di Teza, e sottolinea “la mia costante volontà di conciliare, ovvero fondere, la tradizione del mio Paese e il cinema, strumento ancora imperfetto”.

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