Rompiamogli la Palma

Cannes, il verdetto si avvicina: l'Italia spera con Sorrentino e Moretti, ma attenzione alla sorpresa orientale. Son of Saul e Carol nel palmares, francesi gli attori
Rompiamogli la Palma

A due giorni dalla cerimonia di premiazione e con un solo film in concorso ancora da vedere (Macbeth di Justin Kurzel, che passa domani), è tempo di pronostici. Il nostro Toto-Palma è il frutto di una serie di valutazioni incrociate, che mettono insieme il gradimento di critica, la psicoanalisi della giuria, il pari e patta geopolitico e naturalmente la soffiata. Quest’ultima è il primo parametro per importanza.

Il nostro Toto-Palma gronda ottimismo, perciò va preso con tutte le precauzioni del caso. L’Italia può davvero puntare in alto. Martedì scorso Le Figaro dava notizia di una cena di gala presenziata da tutti i giurati, in cui tra una portata e l’altra erano stati messi sul tavolo i titoli più caldeggiati. C’erano Son of Saul dell’ungherese László Nemes, Carol di Todd Haynes e Mia madre di Nanni Moretti. Che sono anche i tre film che fino a pochi giorni fa avevano incassato l’elogio unanime della critica.

Son of Saul ha rivelato il talento cristallino di Nemes, ex assistente del grande Bela Tarr, da cui ha imparato il rigore espressivo. Il tema – l’Olocausto – è di quelli poi che potrebbero avere scosso nel profondo i fratelli Coen, americani di origini ebraiche. Il ruolo dei due Presidenti di Giuria è fondamentale: un loro endorsement per uno dei titoli in gara metterebbe una seria ipoteca sulla vittoria finale. Son of Saul può sperare.

Carol è il titolo americano più forte tra quelli in competizione. Un esempio di eccellenza tecnica ed eleganza formale senza pari, condito dall’interpretazione di due magnifiche attrici – Cate Blanchett e Rooney Mara – e da una tematica sensibile come quella omosex. Inoltre, il grande ritorno degli americani in concorso – con tanto di star al seguito come negli anni migliori – fa pensare che un posto importante nel palmares sarà loro riservato. Attrici in pole (Mara più della Blanchett) e attenti anche alla regia (Todd Haynes). Poche chance invece per Sicario di Villeneuve.

Mia madre era stato accolto bene in patria, ma è a Cannes che ha avuto l’exploit: i francesi sono letteralmente impazziti per il film di Nanni Moretti, tanto da assegnargli su le film français (il free-press del festival che contiene i giudizi della stampa transalpina) il maggior numero di palme: ben sette su quindici testate interpellate! Più contenuto l’entusiasmo degli anglofoni, che hanno comunque apprezzato. A favore di Mia madre potrebbero giocare anche eventuali divisioni interne alla giuria, perché è uno di quei film capaci di mettere d’accordo tutti. Personalmente, tra gli italiani, è quello che ho più amato. Ma lo stesso può dirsi dei Coen?

I fratelli sarebbero rimasti maggiormente rapiti da Youth – La giovinezza, il film di Paolo Sorrentino, di cui peraltro i Coen sono molto amici. Youth è il classico film che rischia di mettere nei casini una giuria. Dove si sarebbero replicate le spaccature già manifestate dalla critica internazionale. Ricordiamo: gli americani lo hanno adorato, gli italiani sono rimasti nel vago e i francesi equamente divisi tra ammiratori e detrattori (su tutti i progressisti di Liberation e Cahiers du Cinema). La sensazione però che cresce con il passare delle ore è che Sorrentino entrerà nel palmares da una delle porte principali. Non diciamo altro per scaramanzia.

Poi sono arrivati i cinesi, che hanno l’abitudine di prendersi tutto. E in effetti sia Mountains May Depart di Jia Zhangke che The Assassin di Hou Hsiao-Hsien avrebbero le carte in regola per farlo. Il primo eleva il suo “C’era una volta in Cina” a riflessione sul destino del Capitalismo internazionale, con un senso della messa in scena e un coraggio narrativo eccezionali. Mountains May Depart è il classico film-mondo che a Cannes gode tradizionalmente di buona fortuna. Lo scorso anno per dire ha vinto Winter’s Sleep di Nury Bilge Ceylan, lo stesso che nel 2011 aveva portato a casa il Grand Prix della Giuria con C’era una volta in Anatolia. Altri film-mondo. L’opera di Hou Hsiao-Hsien sfugge invece a qualsiasi dietrologia. Se abbiamo inserito The Assassin tra i papabili è solo perché crediamo ancora che un film meravigliosamente bello come quello del maestro taiwanese debba essere premiato. Più che la Palma d’Oro, si può pensare al Grand Prix, alla Regia o al Premio della Giuria.

Capitolo Francia. Sui cinque titoli transalpini in concorso è stato detto tutto il male che si poteva. Erano troppi, non erano tutti all’altezza, non erano quelli giusti (Garrel Sr. e Desplechin gridano vendetta), dovevano far spazio ai rappresentanti di altri Paesi. Alla Thailandia di Apichatpong Weerasethakul (Cemetery of Splendour) ad esempio. O alle Filippine di Brillante Mendoza (Taklub) e al Giappone di Kiyoshi Kurosawa (Vers l’autre rive). Tutto vero, tutto giusto. Però ormai ci sono loro e bisognerà in qualche modo giustificare questa presenza. Esclusi i riconoscimenti più importanti, restano in piedi come ipotesi credibili i premi agli attori: uno uscirà tra Vincent Lindon (La loi du marché), Vincent Cassel (Mon Roi) e Gerard Depardieu (Valley of Love). Possibile premio alla sceneggiature invece per il film di Jacques Audiard, Dheepan. Sarebbe tutt’altro che un regalo.

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