Quel Leone di Pedro

Lacrime e standing ovation per il riconoscimento alla carriera: "Lo considero un atto di giustizia a 31 anni dal mancato premio a Donne sull'orlo di una crisi di nervi"
Quel Leone di Pedro
Pedro Almodovar - Foto Karen Di Paola
(Cinematografo.it/AdnKronos) – Commozione e tanti applausi per il Leone d’Oro alla Carriera che la Mostra del Cinema di Venezia ha consegnato al regista spagnolo Pedro Almodovar. “Considero questo leone un risarcimento ma anche un atto di giustizia politico – ha spiegato il regista, al quale la Sala Grande del Palazzo del Cinema del Lido ha tributato diverse standing ovation – a 31 anni dal mancato premio a ‘Donne sull’orlo di una crisi di nervi’, nonostante l’allora presidente della giuria, Sergio Leone, mi avesse detto che il film gli era piaciuto tantissimo”.

Ad accogliere il regista nel Palazzo del Cinema, oltre al direttore della mostra, Alberto Barbera, e al presidente della Biennale, Paolo Baratta, anche il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli. Almodovar si è detto “onorato” del riconoscimento del festival dove, nel 1983, “avvenne – ha ricordato – il mio battesimo internazionale con ‘L’indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas)’. Ero un giovane regista e per me il solo fatto di partecipare ad un festival internazionale aveva del miracoloso. E infatti fu un miracolo, anche perché Gian Luigi Rondi, allora direttore della Mostra era vicino alla Democrazia Cristiana e riteneva il film osceno. Ma queste discussioni fra me e Rondi finirono sulla stampa e aiutarono il film”.

“Non sarò mai più solo, questo Leone mi farà compagnia”, ha detto commosso il regista. Le lacrime hanno interrotto più volte anche la ‘laudatio’ della presidente della giuria, la regista argentina Lucrecia Martel, molto legata ad Almodovar, che ha coprodotto tutti i suoi film più recenti. “Almodovar è stato causa e conseguenza della Movida – ha detto Martel – la controcultura che ha riscattato la Spagna dal lungo letargo del franchismo, combattuta con le migliori armi: film, riviste, libri, musica e feste”.

“Quando ho iniziato a fare cinema la Spagna si era appena destata da una dittatura durata 30 anni. E c’era entusiasmo per quella libertà ritrovata. Il mio potere da regista mi ha permesso di imporre la varietà della vita che vedevo intorno a me, volevo che tutti gli orientamenti sessuali fossero raccontati. Ho sempre dato libertà morale ai miei personaggi, che fossero suore, casalinghe o travestiti. Il nutrimento per questi personaggi mi veniva dalle lunghissime interminabili notti madrilene della Movida, che sono state un’università per tutti noi che le abbiamo vissute. E i miei film sono la dimostrazione che la democrazia spagnola che stava nascendo era democrazia reale”, ha sottolineato.

A chi gli chiedeva se ritiene anche la Spagna di oggi altrettanto moderna e democratica, Almodovar ha risposto: “È moderna e vuole quello che vogliono tutti i paesi, compreso un partito di ultradestra come già ce ne erano in diversi altri paesi. Ora anche la Spagna ha tutta la varietà di rappresentazioni politiche”.

Quando al suo ‘stile’, Almodovar ha aggiunto: “Quando ho iniziato a fare cinema non avevo idea di che fosse il linguaggio cinematografico e quindi non pensavo ad alcuno stile. L’unica cosa che mi interessava e che la storia si capisse. Più avanti, con budget più alti ho cominciato a pensare a ogni dettaglio del linguaggio. Ma non mi sono mai preoccupato di avere uno stile. Così come non penso mai al mercato o al pubblico”.

Sul dibattito intorno a film seri e non seri, a film da festival e non, il regista ha detto: “La commedia è uno dei generi più difficili e complessi. E Venezia su questo a dimostrato più apertura di altri festival”.

Infine, il regista ha spiegato che l’uso del colore nei suoi film ha radici emotive: “Credo che sia la nostalgia del cinema in technicolor della mia infanzia, di quei colori sgargianti. E poi il colore era soprattutto una reazione alla terra dove sono nato, la Mancia. Una terra calvinista e arida. La mia era una reazione alla severità. Credo di non avere mai visto il colore rosso nella mia infanzia. Il colore predominante nel mio paese era il nero, che le donne in lutto portavano per anni”, ha concluso il regista che ha ringraziato per nome tutti gli attori a cui è più legato e i registi del neorealismo italiano che lo hanno tanto influenzato.

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