Quel Leone di Jerzy

"Un premio sia rivolto al passato che al futuro", dice il regista polacco Skolimowski. Che riceve il riconoscimento alla carriera della 73. Mostra
Quel Leone di Jerzy

“Lo considero un premio rivolto sia al futuro che al passato: funziona per quel che ho fatto e quel che farò, immagino un futuro piuttosto buono per dimostrare di essermi meritato questo enorme onore”. Parola di Leone d’Oro alla carriera, ovvero il regista polacco Jerzy Skolimowski, che lo riceverà stasera durante la cerimonia d’apertura della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

A partire da quest’anno, il Cda della Biennale ha deciso l’attribuzione di due Leoni d’Oro alla carriera in ciascuna delle edizioni future della Mostra: il primo assegnato a registi o appartenenti al mondo della realizzazione; il secondo a un attore o un’attrice ovvero a personaggi appartenenti al mondo dell’interpretazione, che va quest’anno al francese Jean-Paul Belmondo.

Di Jerzy Skolimowski, “tra i cineasti più rappresentativi di quel cinema moderno nato in seno alle nouvelles vague degli anni Sessanta e, insieme con Roman Polanski, il regista che ha maggiormente contribuito al rinnovamento del cinema polacco del periodo”, il direttore della Mostra Alberto Barbera tiene a sottolineare anche un particolare insegnamento ricevuto in prima persona: “Negli anni ’90, Jerzy mi ha insegnato a bere bene la tequila, da giurati a un festival abbiamo vissuto insieme un’esperienza alcoolica intensa. Non solo, sono grato a Jerzy di avermi fatto conoscere Michael Cimino”. Inoltre, Barbera evidenzia come “Skolimowski abbia fatto pochi film in carriera, ma straordinari. La sua vita apolide è fatta di viaggi attraversamenti di paesi, culture, cinematografie, sempre lasciando il segno”.

17 lungometraggi in 50 anni di carriera, capolavori quali Il vergine (1967, Orso d’oro a Berlino), L’australiano (1978, Grand Prix a Cannes) e continui dislocamenti (dalla Polonia al Belgio, dall’Inghilterra agli Stati Uniti), Skolimowski è tornato in patria 10 anni fa, realizzando tra gli altri Essential Killing (2010, Premio Speciale della Giuria a Venezia) e 11 minuti (2015, in concorso a Venezia).

“Nella maggior parte dei miei film mi sono occupato di outsider, le persone ai margini della società, chi viene definito perdente, chi non trova posto nel mondo”, dichiara Skolimowski, precisando: “Anche io sono stato migrante, so come ci si sente quando si è costretti a lasciare il proprio paese. Quello dei migranti è uno dei problemi più importanti dei nostri tempi: queste persone meritano di essere guardati con empatia”.

Se Barbera lo ringrazia per “aver dato nuova linfa al cinema”, Jerzy non abbraccia la dicotomia tra grande schermo e piccolo, quello di tablet e smartphone: “Le persone vogliono guardare qualcosa indipendentemente dalle dimensioni dello schermo, i due formati comunicano: i giovani all’iPhone un giorno approderanno al grande schermo, e viceversa”.

Infine, sulla censura Skolimowski afferma: “Qualsiasi forma di censura non è positiva. Negli anni ‘60 e ’70 sotto il regime comunista cercavamo di trovare modalità per gabbare la censura: metafore, linguaggio fatto di simboli, la censura stimolava la nostra creatività. Eppure, ho abbandonato la Polonia proprio a causa della censura, dopo aver ritratto Stalin con quattro occhi in Mani in alto! (1981)”.

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