Peter Greenaway a Ca’ Foscari

Allo Short Film Festival il regista inglese con una masterclass sul senso della settima arte: “un giorno i miei nipoti diranno, cos’è il cinema?”
Peter Greenaway a Ca’ Foscari

Al termine della seconda giornata del Ca’ Foscari Short Film Festival 8 sono stati protagonisti d’eccezione due significative voci del cinema d’autore contemporaneo: l’acclamato regista britannico Peter Greenaway e l’animatrice indiana Gitanjali Rao. La masterclass tenuta dal maestro di Newport ha assunto le tinte di un’introspettiva filosofica sul senso del cinema, sul suo inevitabile fluire in forme sempre diverse che conducono inesorabilmente alla morte del cinema tradizionale – “un giorno i miei nipoti diranno: cos’è il cinema?”, afferma infatti Greenaway – e sul rapporto tra immagine e narrazione nell’universo filmico. Nella compiuta prospettiva teorica del regista, la storia funge solo da dispositivo per connettere idee: quel che rimane impresso di un film sono potenti immagini cinematografiche, non strutture narrative. La maggior parte delle persone sono però “analfabete del visivo”, incapaci di decifrare le immagini e quindi schiave del testo letterale, impedendo l’affermarsi di quello che Greenaway definisce “cinema dei pittori” sul dominante “cinema di scrittori”. Un’analisi affiancata dalla proiezione di numerosi cortometraggi sperimentali realizzati dal regista per mettere in pratica il principio di un cinema basato sulle immagini, un’affascinante combinazione di arti che spesso s’intreccia al doppio tema del sesso e della morte, concetti ancestrali non solo del cinema, ma dell’umanità stessa. Maestra del cinema d’autore è anche l’animatrice indiana Gitanjali Rao: un intervento, il suo, dedicato prevalentemente al ruolo del cinema indipendente e alle difficoltà di quanti si discostano dall’universo delle grandi produzioni, con particolare riferimento a Bollywood. Le parole dell’autrice sono state accompagnate dalla proiezione di alcuni dei suoi cortometraggi più significativi, tra cui Printed Rainbow, l’opera con cui si è aggiudicata il Premio per il Miglior Cortometraggio al Festival di Cannes nel 2006.

Nella terza giornata dello Short, sempre in primo piano i giovani registi del concorso internazionale: si comincia dall’India violenta e tormentata di Dopdi (regia di Shivani Sharma), storia di una ribellione popolare sfociata in tragedia, per poi passare a un’introspezione sofferta nelle pulsioni incestuose di I know (del polacco Piotr Nalazek) e agli sconvolgenti cambi di prospettiva del russo I’m staying (di Grigory Kolomytsev). Da opere documentaristiche quali Hugs and Hurricanes (del belga Diëgo Nurse) e The Blacksmith (di Ivan Andrianov e Nina Gudme), a commedie esilaranti come The beetle at the end of the street (dello spagnolo Joan Vives Lozano) e il serbo Treasure (di Martynas Valius), passando per numerose fiction drammatiche: il film ungherese Eric (di  Hakan Sağıroğlu ), incentrato sulla sofferta ricerca di un figlio scomparso, ma anche il poliziesco Recover Connection (dell’estone Tonis Pill), il venezuelano Nine Knots (di Lorena Maria Colmenares Molina) e il serbo The Vine (di Ivan Đurović).

Tra i programmi speciali: l’intervento del regista giapponese Shutaro Oku, ecclettico artista del cinema e del teatro che tende a unire nelle sue opere la critica sociale a un umorismo nonsense; East Asia Now: Weird & Experimental, collezione di cinque cortometraggi che catalizzano l’attenzione sugli aspetti più inusuali delle diverse culture asiatiche; la proiezione dei finalisti del Music Video Competition, destinato a studenti di scuole di cinema internazionali; Young Filmmakers at Ca’Foscari, dedicato alla celebrazione dei 150 anni dell’università Ca’ Foscari. Un percorso che si concluderà questa sera con l’atteso programma speciale dedicato alla giuria, composta dall’italiana Roberta Torre, dal giapponese Hiroki Hayashi e dal polacco Marcin Bortkiewicz.

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