Parla Lou Castel

"Volonté era generoso, Pasolini impenetrabile, con entrambi non feci amicizia": a Bari i ricordi del ribelle de I pugni in tasca
9 Aprile 2014
Parla Lou Castel
Lou Castel ne I pugni in tasca

Lou Castel, per noi italiani, è il volto della ribellione anni sessanta. Il ruolo di Alessandro ne I pugni in tasca di Marco Bellocchio lo ha inevitabilmente legato a un periodo storico sebbene abbia una filmografia sterminata che abbraccia autori assai diversi tra loro, da Rouiz a Fassbinder a Cavani passando per registi decisamente più popolari come Samperi e Festa Campanile. Una carriera ricca e variegata per un attore anomalo svedese di nascita, italiano per formazione,  francese per cultura. A Bari, che omaggia Gian Maria Volonté, è stato chiamato per rispolverare aneddoti e piccoli segreti del set di Quien sabe?. Che non sono molti, ma buoni a sfatare il mito di un Volonté burbero e poco generoso. “Aveva un talento particolare per intercettare gli sguardi degli attori durante le riprese – ricorda infatti Castel. Sapeva perfettamente come volgersi verso i colleghi e  favorire così il loro inserimento in una scena. Questa per me è generosità, e non ha nulla a che vedere con il fare finta di essere amici”. Non lo siete stati?Direi di no, sebbene qualche volta ci siamo visti fuori dal set. Lo scambio con lui non passava attraverso queste manifestazioni esteriori. Per quanto mi riguarda non posso dimenticare il fatto che venne a sostenermi durante la conferenza stampa indetta per raccontare la mia espulsione dall’Italia sulla base del Codice Rocco. Volonté fece anche qualcosa di concreto a suo favore?Non scese in piazza, questo no, ma per protesta si rifiutò di salire sul palco di Cannes  per ritirare la menzione speciale ottenuta per le interpretazioni in Il caso Mattei e La classe operaia va in paradiso. Era il 1972, non era facile prendere posizione in maniera così netta. Vi ha quindi unito anche la militanza politica.Vissuta in modo diverso, però. Il suo impegno si è espresso parallelamente alla carriera cinematografica, io invece a un certo punto ho abbandonato il cinema per salire letteralmente sulle barricate. Scelte simili dunque, ma vissute diversamente. Gian Maria è stata una persona di una integrità rara, riuscire a fare l’attore senza mai tradire le proprie idee è un compito difficilissimo. Fellini gli aveva offerto di interpretare Casanova nel suo film ma lui rinunciò perché non apprezzava la figura del grande seduttore veneziano. Chi altro avrebbe mai detto no a Fellini?  Fino ai primi anni settanta ha lavorato quasi esclusivamente in Italia, poi si è stabilito in Francia. Deluso dal nostro paese?     Avevo bisogno di ritrovare una mia identità come attore ed era difficile farlo in Italia perché non potevo recitare con la mia voce. Il doppiaggio per un regista è straordinario perché permette di usare attori di qualsiasi nazionalità, ma per un interprete non potersi esprimere appieno è in grande limite. In Francia al contrario piano piano ho di nuovo preso dimestichezza con la lingua è cominciato  ad usare la mia voce. Che significato ha per lei aver interpretato I pugni in tasca, film epocale?All’inizio mi ha condizionato perché i registi volevano che facessi sempre quel personaggio, non è stato facile liberarsene. Anche in questo stabilirmi in Francia è stato un aiuto perché ho potuto spaziare di più. Ho rivisto I pugni in tasca di recente, alla Cinémathèque, e penso sia sempre una grande film.  Come vede l’Italia oggi?Essere qui a Bari è anche l’occasione per verificare quanto è cambiato il paese. Effettivamente è molto diverso da quando vi abitavo, ma è presto per un giudizio definitivo. Dal punto di vista lavorativo invece mi hanno offerto un ruolo in una serie, siamo in fase progettuale quindi magari non se ne fa nulla ma amerei molto tornare a lavorare in Italia.  Altri progetti?La mia vita è molto cambiata, ora oltre a recitare coltivo anche un’altra profonda passione artistica. Da qualche anno mi occupo di arte visuale e di installazioni, per fortuna piacciono e sono state esposte in molte gallerie. Ma non dimentico il cinema, anche se, strano a dirsi con i problemi che ho avuto con la voce, mi chiamano sempre più spesso a fare delle letture. Recentemente mi hanno proposto di leggere dei testi di  Pasolini a commento di un documentario su di lui. Il film si chiama L’errore di Pasolini, ma non l’ho ancora visto e quindi non so se accetterò l’offerta. Devo essere sicuro che un personaggio controverso come lui sia raccontato nel modo giusto. Abbiamo lavorato insieme in Requiescant di Lizzani, ma non siamo diventati amici anche se spesso siamo andati a cena insieme. Era un uomo schivo, decisamente impenetrabile.

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