Paladini virtuali

Ryan Reynolds è il protagonista di Free Guy – Eroe per gioco: “Puntiamo sulle esperienze umane”. Lo abbiamo intervistato sulla Rivista del Cinematografo
11 Agosto 2021
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Paladini virtuali

Un mondo interconnesso, costellato di avatar scatenati, in cui la cifra stilistica è quella di un giro in ottovolante ad alto budget. Si tratta di Free Guy – Eroe per gioco di Shawn Levy, nelle sale dall’11 agosto, distribuito da Disney. Il mattatore è Guy, un NPC, che nel linguaggio delle consolle e dei computer è un personaggio non giocante. Nel videogame Free City è programmato per essere il commesso di una banca. Tutti i giorni si alza, va a lavorare, viene rapinato e poi ricomincia da capo. Bloccato in un eterno Giorno della Marmotta, due hacker cambiano i codici e lo rendono senziente, trasformandolo in un eroe pronto a riportare l’ordine a Free City. I toni sono quelli dell’action comedy. Agli inseguimenti e alle sparatorie si uniscono le risate. Free City è un luogo selvaggio, in cui giovani di ogni continente sono pronti a scatenare l’apocalisse. La violenza e la brutalità fanno guadagnare più punti, ottenere potenziamenti e armi sempre più all’avanguardia.

La rivoluzione è che Guy punta sulla gentilezza. Combatte i criminali, aiuta le signore anziane ad attraversare la strada, e si fortifica sempre più. Ma il rischio è quello di perdere tutto. Gli sviluppatori potrebbero decidere di staccare la spina, e il tempo stringe. A prestare il volto a Guy è Ryan Reynolds, che figura anche tra i produttori. Il suo paladino potrebbe essere un’evoluzione di Deadpool, qui però in chiave acqua e sapone. Nessuna battuta politicamente scorretta e tanti effetti speciali, senza svelare i succosi easter egg. “Ormai tutti i film sono sequel o sono comunque ispirati da personaggi che già conosciamo. Questo invece è un blockbuster completamente innovativo, ed è già una soddisfazione”, spiega Reynolds.

Una fonte di ispirazione per il film è stato The Truman Show.

È vero. Come anche Ritorno al futuro. È un tipo di intrattenimento che oggi ci manca un po’. Invece quelle emozioni, quelle sensazioni di meraviglia penso siano importanti per ogni tipo di generazione. Fanno parte del nostro DNA.

A proposito di futuro, lei è preoccupato?

Ho tre figli, sono un padre. Ciò che più mi angoscia del domani è la nostra autoreferenzialità, il continuo guardare solo a noi stessi. Quale mondo consegneremo ai nostri ragazzi? Non lo so. La vita ormai è fatta di parametri, scale numeriche, criteri di valutazione, competizione selvaggia. Sappiamo solo giudicare, mettere etichette, senza esaltare l’umanità degli altri. Sarebbe bello ricominciare a osservare, recuperando un po’ di innocenza e mettendo da parte i pregiudizi. Mi ricordo quando da giovane ho fatto i primi provini. Era snervante l’attesa nella speranza di aver ottenuto qualcosa, lo sguardo impassibile di produttori e registi mentre tu ci mettevi l’anima. Sono momenti logoranti, a cui non possiamo sottrarci, anche se, nel bene o nel male, sono cruciali per determinare la personalità di ognuno di noi.

Quanto è sottile il confine tra mondo reale e realtà virtuale?

Ormai sembra quasi non esistere più. Basta lo schermo di un computer per immergersi in luoghi alternativi, che ci assorbono completamente. Senza parlare dei visori. Appena li si mette sugli occhi, ci si dimentica di tutto quello che è accaduto in precedenza. È incredibile, la tecnologia ha fatto passi da gigante, però allo stesso tempo è un’avventura pericolosa. Spero che in futuro sapremo distinguere la verità dall’artificio, che continueremo a condividere esperienze con esseri umani, non digitali. Ricordiamoci delle bellezze della natura, cerchiamo di non finire come in WALL•E (ride, ndr). Niente stimola il nostro intelletto come ciò che ci circonda.

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