Orizzonti di guerra

Man Down e A War riesumano la figura del reduce e il trauma post-conflitto. Con esiti diversi, nella sezione più sperimentale di Venezia 72
6 Settembre 2015
Festival, In evidenza
Orizzonti di guerra

Siamo talmente schiacciati sul presente – immigrazione, terrorismo, crisi economiche, tensioni politiche, belle notizie insomma – da avere una percezione distorta del tempo: tra noi e il passato più recente sembra sia trascorsa un’era geologica. Senza considerare quegli eventi che, iniziati nel passato, sono tuttora in corso ma è come se non lo fossero già più. C’è qualcuno che pensa ancora alla guerra in Afghanistan, che ricorda quando è finita e come? Pochi, davvero. La stampa ha via via prosciugato lo spazio dedicato al conflitto, alimentando l’equivoco della sua fine. Eppure è ancora lì ed è l’unica guerra tradizionale – eserciti di terra che fronteggiano un nemico riconoscibile –  al momento combattuta sullo scacchiere internazionale.

Il cinema, che ha uno sguardo più panoramico e una presa sul reale meno epidermica, non dimentica ed elabora. Non vuol dire necessariamente che lo faccia bene.
Ieri abbiamo visto in Orizzonti – la sezione collaterale della Mostra – due film incentrati sulla guerra in Afghanistan che sono solo indirettamente war movie: il danese A War di Tobias Lindholm e lo statunitense Man Down di Dito Montiel. Ad entrambi, più che la contestualizzazione storico/politica di un conflitto tuttora in corso, interessa raccontare i contraccolpi psichici e morali negli uomini chiamati a combatterlo. Come se questa guerra non avesse in sé alcuno specifico ma fosse in definitiva uguale a tante altre combattute in passato, come il Vietnam. In un’epoca in cui la tecnologia, i droni e l’intelligence sembravano aver pensionato blindati, corazzieri e fanteria è un fatto assai curioso. Ma non bisogna equivocare: di sorprendente c’è solo un oblio collettivo che ha finito per cancellare “la guerra materiale” dal proprio orizzonte di esperienze. Ebbene questi due film fanno una capriola all’indietro e la ripristinano, tanto dal punto di vista visivo quanto da quello narrativo e discorsivo. Tornano i carri armati e gli scarponi, l’addestramento miliatre e il cameratismo. Tornano anche gli effetti collaterali, le zone grigie morali di ogni conflitto e i disturbi da stress post-traumatico. Tornano i reduci.

Il cinema non smette mai di ricordare. In ciò riappropriandosi della sua funzione primaria, il complesso della mummia delle immagini.
Lavorando con tre tipologie di racconto differenti – il racconto di guerra, familiare e giudiziario – A War sottopone allo spettatore un tipico caso di coscienza: per sfuggire al fuoco di fila dei talebani, il comandante Claus (Pilou Asbaek) viola le regole d’ingaggio e ordina l’intervento di un bombardiere in una zona de-militarizzata (da cui presume parta l’attacco) causando l’uccisione di 11 civili, donne e bambini compresi. Denunciato, torna a casa dove dovrà affrontare un processo che rischia di spedirlo in carcere per 4 anni. Troppi per la moglie e i tre figli che hanno già dovuto sopportare una lunga seprazione a causa della guerra. Claus potrebbe cavarsela con una semplice bugia. Ma in cuor suo sa di aver sbagliato. Qualunque cosa decida di fare, non ci sarà giustizia. La prima parte del film è tutta gocata sul campo/controcampo della guerra e della vita difficile dei familiari rimasti a casa, mentre l’ultima parte è tutta dedicata al processo e ai tormenti di Claus. Tobias Lindholm opta per un classico realismo da scuola nordica, algido e attraversato da un sottile malessere. Ritmo serrato e attori molto bravi, anche se non si oltrepassano mai le frontiere del già noto e del già visto.

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Da questo punto di vista è maggiormente ambizioso – ma anche più pasticciato – Man Down, che segna la seconda collaborazione tra Shia LaBeouf e il regista Dito Montiel dopo Guida per riconoscere i  tuoi santi. Anche qui si intrecciano registri diversi, collegati stavolta ai differenti piani temporali: ci sono tre passati e un presente/futuro distopico. LaBeouf è Gabriel, un ex marine che aveva uno splendido rapporto con la moglie e il giovanissimo figlio (è il trapassato remoto). Poi la guerra – sempre l’Afghanistan – ha lasciato ferite mai rimarginate: anche in questo caso è una “leggerezza” del protagonista durante un’azione militare ad aver provocato una tragedia, la morte di un commilitone che era anche il migliore amico di Gabriel. Le cose per lui si incasinano definitivamente dopo aver scoperto che il defunto se la intendeva con la moglie. Tentato dal suicidio e sempre più sconnesso Gabriel, dopo un colloquio con un suo superiore (Gary Oldman), viene rimandato a casa (passato remoto). Qui difficoltà a reinserirsi: non ha dimenticato, né la morte dell’amico né (soprattutto?) il tradimento della moglie (passato prossimo). Tutti questi eventi ci vengono svelati pian piano, come in un giallo, interpolati continuamente con la situazione presente, in cui vediamo Gabriel aggirarsi per le strade di una città americana devastata in cerca del figlio e della moglie che a suo dire “qualcuno” avrebbe rapito. Ci mettiamo poco a capire che l’ultimo piano temporale del film è una proiezione della psiche ormai sfasata di Gabriel.

L’elaborazione del trauma suggerita dalla storia di Man Down funziona fino a un certo punto: per Gabriel e ancor meno per lo spettatore, più disorientato che affascinato da una costruzione per piani sfalsati e impossibilitato a simpatizzare anche per uno solo dei personaggi. La regia di Montiel è piatta, puramente descrittiva, le immagini prive di autentiche vibrazioni interne e pure la performance di LaBeouf – troppo sopra le righe – lascia a desiderare.
La guerra non è finita e i reduci sono tornati. Ok. Peccato che a non essere pervenuto sia finora un cinema all’altezza.

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