Occhio a Menocchio

“Per me cittadino del mondo era importante confrontarmi con la sua statura morale", dice Alberto Fasulo. Che inquadra il mugnaio eretico del '500
Occhio a Menocchio

“Per me cittadino del mondo era importante confrontarmi con la sua statura morale. Essendo un eretico, Menocchio mi portava a pensare fino in fondo alla responsabilità di quel che sento e voglio. Fare un film mio, non tanto storico, incarnare questa storia attraverso il mio sguardo”. Parola del regista (Rumore bianco, Tir) Andrea Fasulo, che dall’8 novembre porta in sala la produzione italo-romena Menocchio, già presentata in concorso a Locarno.

Con una ricerca storiografica basata sull’opera Domenico Scandella detto Menocchio I processi dell’inquisizione (1583-1599) di Andrea Del Col e tenendosi lontano dal celebre Formaggio e i Vermi di Carlo Ginzburg, il film inquadra l’eponimo mugnaio autodidatta (Marcello Martini) che vive in Friuli alla fine del XVI secolo: accusato di eresia, affronta il processo.

“Sin dalla prima stesura la volontà era di andare oltre i verbali, per concentrarmi sul mio rapporto con la storia: un film sulla quotidianità, l’improvvisazione, con Marcello e gli altri che non avevano letto la sceneggiatura, erano liberi di rispondere per propria volontà: non credo alla limitazione degli attori, bensì a dialoghi scritti da loro e non dagli sceneggiatori. Voglio poter essere sorpreso, non gratificato da vedere quel che ho scritto”.

Gli fa eco Martini, attore non professionista, nato nella stessa valle del protagonista che incarna: “Mi ha raccontato un po’ la storia, si discuteva per ore, trovavo affinità con personaggio, facevamo ragionamenti profondi sulla vita, l’universo e la gente. Io gli ho detto, con Menocchio è come se mi dessi una mazza in mano per disfare una montagna e rifarla meglio”.

“Ditemi voi se sono un eretico, un eresiarca o un umile mugnaio, da parte mia – dice Fasulo – non faccio film per essere diverso o uguale ad altri, ma film che vorrei vedere al cinema: nessuno li realizza, sicché mi prendo la responsabilità di farli”.

Sulla posizione della Chiesa su Menocchio, il regista distingue: “Il Vaticano non si è mai espresso, devono aver letto il libro Ginzburg ma non hanno rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. Viceversa, la chiesa a un livello più basso, locale s’è detta entusiasta rispetto alla storia e a questo film”. In cui Menocchio pare echeggiare Giordano Bruno, “con la grande differenza che Bruno era un letterato, Menocchio un mugnaio, ma in sé il messaggio era simile”. Fatto sta che Fasulo crede in “una Chiesa non illustre, fatta di uomini, esseri umani, che hanno la veste ma anche una posizione politica nella comunità”.

D’abitudine ha curato anche la fotografia, basandosi sulle immagini del ‘500 per “restituire la nostra tradizione, dalla scelta di non attori a quella di luci non artificiali, e abbiamo girato in sequenza”, mentre su eredità poetiche, simmetrie ideologiche e analogie stilistiche, da Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi a Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti, Fasulo taglia corto: “Se avessi trovato un film simile, avrei mollato: io mi son sforzato di allontanarmi dai verbali, dalla trascrizione del notaio, per accedere alla realtà, e al lusso di filmarla”.

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