Moccia torna a studiare

"Si è persa la consistenza delle ragioni della contestazione", dice il regista. Che porta in sala i suoi Universitari
20 Settembre 2013
Moccia torna a studiare
Il regista Federico Moccia

“Mi divertiva raccontare il passaggio successivo, dal liceo all’università: io avevo fatto legge, 16 esami, e mi ricordo le case dei fuorisede con la festa incorporata. Dopo la prima storia d’amore, le divergenze tra due età di Scusa ma ti chiamo amore, ora l’età successiva: l’università”.
Così Federico Moccia presenta Universitari, dal 26 settembre nelle nostre sale con Medusa (350-400 copie), protagonista un gruppo eterogeneo di studenti, ovvero Simone Riccioni, Brice Martinet, Primo Reggiani, Sara Cardinaletti, Maria Chiara Centorami e Nadir Caselli, che condividono gioie e dolori a Villa Gioconda, una ex clinica in disuso.
Dal pianeta Moccia, tramite il suo creatore, fioccano le considerazioni: “Oggi la società ha perso credibilità magia, anche nei confronti della politica c’è allontanamento, ma qui racconto le persone, la voglia di fare”. E sull’Iran, dato che il francese Martinet interpreta uno studente iraniano a Roma: “Mi piaceva l’idea, Roma è cambiata, volevo al visione di uno straniero”. Importante, questi ragazzi “in questa casa trovano la famiglia che non hanno avuto”.
Tema focale, quello delle contestazioni, che gli studenti hanno rivolto sul set allo stesso Moccia mentre girava alla Sapienza: “Striscioni contro di noi, ma loro protestavano per il lavoro e noi eravamo lavoratori: era fuori luogo, vorrei che questi giovani avessero obiettivi più lontani, si è persa la consistenza delle ragioni della contestazione, lo sguardo è appannato. A volte sei lì a conetstare perché ti piace una, manco lo sai per cosa si manifesta”. Ma Moretti l’avrebbero contestato? “L’intelligenza rappresentata in tutto quello che ha fatto gli avrebbe garantito rispetto”, dice Moccia, che si scaglai contro “la voglia di apparire” e torna sui “lucchetti di destra o di sinistra”: “Mi dispiace per chi mi fa queste domande, mi vorrei buttare per terra”.
Ma, tornando a Universitari, precisa: “Io non racconto una generazione, ma una storia, in questo caso, la sensazione è la voglia di fare gruppo, dalla crisi poi escono le cose migliori”.

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