Mangia, crepa, ama

"Solo il genere può salvare il nostro cinema", dice Luca Barbareschi. Che porta in sala il thriller sul cibo adulterato Something Good
4 Novembre 2013
Mangia, crepa, ama
Something Good

“Redemption story, thriller e storia d’amore. E la sofisticazione alimentare: lo scandalo del latte alla melanina era già noto, pochi giorni fa abbiamo saputo che il pesce di Fukushima è finito in Jugoslavia”. Così Luca Barbareschi presenta Something Good, liberamente tratto da Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto, prodotto da Casanova Multimedia con Rai Cinema e dal 7 novembre nelle nostre sale in 150 copie targate 01 Distribution.
Scritto con Francesco Arlanch e Anna Pavignano, fotografato da Arnaldo Catinari, scenografie di Francesco Frigeri, costumi di Milena Canonero, montaggio di Walter Fsano e musiche di Marco Zurzolo, il film segue a Hong Kong la relazione tra Matteo (Barbareschi), trafficante internazionale di cibi adulterati a un passo dalla nomina ad ad del gruppo Feng, e Xiwen (Zhang Jingchu), provetta ristoratrice che ha perso il piccolo figlio per una bevanda adulterata. Perché l’ambientazione tra Hong Kong e la Cina continentale? “Per ragioni numeriche, lo 0,5% di mortalità di un alimento su una popolazione di un miliardo e 600 milioni ha effetti devastanti. Inoltre, Hong Kong ha una facciata molto bella, ma dietro può accadere di tutto”, dice Barbareschi, che nel film sottolinea “l’assunzione di responsabilità del protagonista, un uomo che dice ho sbagliato, cosa che negli ultimi 20-30 anni accade quasi mai, perché l’iper-psicanalisi trasforma tutto in grottesco. Viceversa, qui c’è un eroe da tragedia greca, che dice ho sbagliato”.
Dopo aver dichiarato “l’amore per il cinema di genere americano”, precisato di “essere un regista, non un autore”, Barbareschi loda i suoi collaboratori, “perché anche la migliore idea senza un team eccellente non è una bella idea”, il nostro Paese “pieno di talenti strepitosi, manca solo l’industria” e si fa i conti in tasca: budget di 5 milioni di euro, riprese in 4k lunghe 6 settimane e 4 giorni”, per concludere: “Come regista sono veloce, se qualcuno vuole chiamarmi…” ed evidenziare come “tutto l’abbia fatto in virtù dell’esperienza televisiva: fare fiction non è deteriore rispetto al cinema”.
Dunque, “un film internazionale”, con un pezzo di Damien Rice nella colonna sonora e dei lusinghieri screening test negli Usa, “con in platea mischiati tra il pubblico i miei amici Steven Spielberg e David Mamet”. Più ostico che Something Good approdi in Cina, nonostante a oggi il parere positivo del console cinese a Milano: “Non conoscevo la portata del problema della sofisticazione alimentare, sono rimasta choccata”, dice Zhang Jingchu, augurandosi “possa arrivare anche in Cina”.
“Nessuna banca è entrata nel film, forse perché gruppi quali Philip Morris e Kraft le partecipano”, dice Barbareschi, che ritorna sull’esclusione dal Festival di Roma: “Non mi hanno voluto, e lo dico senza polemica. Ma credo l’unica possibilità per il nostro cinema siano i film di genere, questo per lingua inglese, ottimi attori e genere thriller mi ricorda La migliore offerta di Tornatore, sebbene non voglia paragonarmi a  un premio Oscar: spero abbia lo stesso pubblico”.
Infine, sul perché oltre a regista sia pure protagonista Barbareschi confessa. “Due attori italiani non volevano lavorare con me quale regista, e non avevo soldi per una star americana”. 

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