Lunga vita a Pierce!

Brosnan è riuscito dove tanti hanno fallito: uccidere Bond. Come? Grazie al talento, chiedete a Polanski...
7 Aprile 2010
Lunga vita a Pierce!
Pierce Brosnan

Tre film in uscita. In uno è un peloso centauro (Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo), nel secondo, Remember Me, il padre problematico di Robert Pattinson e nel terzo… Tony Blair. “Ero a Londra quando il mio agente mi disse che aveva ricevuto una telefonata del sig. Polanski. Voleva vedermi. Ero molto intrigato, andai a Parigi, pranzammo insieme e mi parlò subito del personaggio che desiderava interpretassi. Tony Blair, appunto. Abbiamo parlato molto di lui, e poi del resto, della famiglia, della vita. Un uomo intelligente, brillante, caustico. E lo è anche ora, in questo momento difficile”.
Sorride, un foulard improbabile al collo per difendersi dal freddo berlinese (il film L’uomo nell’ombra, che ha visto collaborare i due come regista e protagonista, ha vinto l’Orso d’argento e arriva nelle nostre sale dal 9 aprile con 01 distribution), Pierce Brosnan è un uomo affascinante, uno di quei lord bizzarri e piacenti che in qualche fumetto starebbero benissimo. L’ex James Bond – l’esclusione sembra ancora bruciargli – sa giocare con il suo aspetto fin dai tempi di Remington Steele, serie tv investigativa in cui il suo fascino era fonte di risa più che di conquiste. Forse perché, come avviene nel film di Polanski con Olivia Williams, quando c’è una donna a smontarne il fascino da irlandese impenitente, lui ne guadagna. E pensare che a fare l’attore, come dicono tutti, neanche ci pensava. “Ora, per fortuna, sono un attore che lavora, nonostante un inizio orribile. Ci ho messo molta passione e ce l’ho fatta. Quando ero giovane, lavoravo in uno studio di produzione, facevo per lo più tazze di tè e fotocopie, annaffiavo le piante, ma sognavo che un giorno avrei fatto qualcosa di più nel cinema. Mi vedevo produttore, ero troppo riservato per recitare. Un giorno un amico mi disse che organizzavano un workshop di recitazione, io non sapevo neanche cosa volesse dire. Dovevo chiudere gli occhi e vagare, toccare i visi delle altre persone. Ho pensato che era quello che volevo fare. Ho iniziato in un piccolo teatro, un mix incredibile di artisti, poeti, musicisti, attori, era il tempo delle Black Panthers e ho scoperto Sartre, Cechov, è stata la mia scuola, la mia formazione. Quel portfolio di dipinti e disegni divenne il mio passaporto. Così decisi di fare l’attore, avevo presenza scenica, ma ero completamente disarticolato. Ed è incredibile che dopo tanta gavetta ebbi il ruolo di James Bond”.
Fece risorgere l’agente di sua maestà dall’oblio in cui le difficoltà della MGM (e Timothy Dalton) l’avevano portato. Un poker di successi per farne una nuova icona. L’ingrato accantonamento dei rivitalizzati produttori poteva essere una mazzata per chiunque, non per questo vecchio ragazzaccio che dietro quel sorriso così bello da sembrare finto – perfetto per il politico Adam Lang, protagonista dal carisma “di plastica” de L’uomo nell’ombra – nasconde un carattere temprato dalla gavetta, dalla tv fatta a ritmi e intensità straordinari, per qualità e quantità. E così è sfuggito all’etichetta- “la temevo, come tutti coloro che accettano l’eredità di Connery e Moore: sai che è una proposta che non potrai rifiutare, allo stesso tempo sai che potrebbe essere una meravigliosa, gustosissima polpetta avvelenata”- riuscendo a ritagliarsi spazi per altri film in mezzo alle avventure da spia. “Mi ha aiutato la voglia di non fermarmi, di accettare ruoli che ho amato anche nel loro essere piccoli e marginali”. Anche perché con l’età la voglia di divertirsi è aumentata. “E’ vero. Mamma mia! per esempio è stata un’esperienza magnifica: recitare senza gelosie e prendendosi in giro continuamente con due attori straordinari come Firth e Skarsgård, duettare, in tutti i sensi (anche se il canto non è che gli si addica poi tanto, ndr) con Meryl Streep, sono regali speciali. Così come può apparire una follia quella di aver accettato The Matador di Richard Shepard. E invece ha saputo toccare parti di me diverse, la coppia formata con Greg Kinnear era unica nel suo genere, e io ho scoperto cose del mio lavoro che non conoscevo. O forse, semplicemente, non ricordavo”. E l’impressione è che l’entusiasmo sia in crescendo. “Se sei diventato famoso e abbastanza benestante, puoi permettertelo. Ora c’è un film che voglio fare da molto tempo, The Dresser. Forse anche da regista. Mi piacerebbe farlo a Babelsberg, qui in Germania, perché è un posto splendido, stimolante, rinvigorente, qui c’è molto rispetto per il lavoro degli artisti ed è appagante. Los Angeles, Hollywood, invece, sono posti strani”.

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