L’ultimo lupo per cambiare la Cina

I tempi di Sette anni in Tibet sono finiti: "Film scomodo, ma da Pechino nessuna interferenza", parola di Jean-Jacques Annaud
L’ultimo lupo per cambiare la Cina

Lo straordinario successo de L’ultimo lupo in Cina (più di 100 milioni di dollari d’incasso in 4 settimane) vuol dire solo una cosa: a Pechino qualcosa è cambiato. La vicenda dello studente Chen Zhen che, all’inizio della rivoluzione culturale, viene spedito in Mongolia per civilizzare le tribù dei nomadi pastori e finisce per sfidare il potere difendendo un piccolo cucciolo di lupo, è una di quelle che solo qualche anno fa non avrebbero trovato ospitalità nei multisala della Repubblica Popolare. Si parla di Mao, di dominazione culturale cinese contro l’antica cultura mongola, i suoi templi e, sì, i suoi lupi. Sterminati per liberare i campi e sfruttarli per la coltivazione intensiva: “Il risultato è che la sparizione dei lupi ha causato la proliferazione di roditori come i ratti, che hanno contribuito alla desertificazione del territorio con conseguenze drammatiche sull’ecosistema”. A dirlo è il regista francese Jean-Jacques Annaud che, dopo l’applauditissima masterclass di qualche giorno fa al Bif&st, è a Roma per promuovere il suo film, dal 26 marzo in 300 sale italiane (in 2D e 3D) con Notorius Pictures.

Anche la vicenda di Annaud è una di quelle che attestano un cambiamento in atto nell’approccio politico-culturale di Pechino. Il regista era stato messo al bando dal Paese dopo l’indignato Sette anni in Tibet e da allora non vi aveva più fatto ritorno: “Avevo letto il romanzo di Jian Rong (Il totem del lupo, vero e proprio bestseller in Cina, ndr) e ne ero rimasto conquistato. Avrei voluto andare in Cina e girare un adattamento ma allora non c’erano le condizioni. Poi un giorno sono venuti a trovarmi a Parigi degli uomini da Pechino con la proposta di realizzare il film da loro! Mi hanno detto: sappiamo che lei ama le minoranze, ama la Mongolia e ama i lupi. Speriamo che dopo questo film imparerà ad amare anche noi. E così stato. In Cina davvero qualcosa è cambiato”.

Annaud è un regista che ha fatto della libertà una bandiera, perciò gli crediamo quando giura di non avere mai ricevuto “visite strane sul set o pressioni. Ho potuto girare in assoluta autonomia”. Inoltre, alla vigilia della prima a Pechino, racconta di aver ricevuto una telefonata dal ministro della cultura cinese: “Mi ha detto: non ti preoccupare del box office, a noi non interessa. Il film ci è piaciuto tantissimo”.
L’ultimo lupo rinnova la passione di Annaud per gli animali. Questo è il suo terzo film “dedicato” dopo L’orso e Due fratelli: “Con gli animali condividiamo moltissime cose: emozioni, sentimenti, passioni, lotta per il territorio. Se giro film sugli animali è perché voglio migliorare la vita degli uomini”. Non a caso ne L’ultimo lupo, che si è meritato anche il sostegno della WWF, “ho voluto restare fedele al libro mantenendo due livelli della narrazione: il primo condivide le emozioni del protagonista, il secondo è il più possibile vicino alla realtà del lupo. Desideravo convincere lo spettatore ad amare questo animale per troppo tempo dipinto come nemico dell’uomo”.

“Oggi – continua Annaud – i lupi non vengono sterminati solo in Cina. Anche in Francia esiste un corpo speciale di polizia preposto a questo. Più in generale, tutti i Paesi a vocazione agricola minacciano l’esistenza del lupo”.

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