L’estate di Muccino

"Ci sono momenti che non torneranno mai più. E che ti definiscono per sempre", dice il regista. A Venezia con il suo viaggio on the road
L’estate di Muccino
Gabriele Muccino e il cast de L'estate addosso

“C’è un momento nella vita di ognuno di noi in cui guardiamo le cose con incanto, senza essere disposti a scendere a compromessi. Quell’incanto viene meno quando la vita inizia a disilluderti, a metterti di fronte alle prime sconfitte. Con questo film sono voluto tornare a raccontare quella fase dell’esistenza in cui sei ancora in bilico tra l’incanto e le scelte che caratterizzeranno il tuo futuro”.

Gabriele Muccino torna a Venezia (Cinema nel Giardino) diciassette anni dopo Come te nessuno mai e lo fa con un film che, anche stavolta, si concentra sull’adolescenza: L’estate addosso – che 01 distribution porterà nelle sale il 15 settembre – racconta di un viaggio, quello dei due maturandi Marco (Brando Pacitto) e Maria (Matilda Lutz), compagni di classe da cinque anni ma non per questo amici, che tramite un amico comune si ritrovano a trascorrere l’estate a San Franciso, ospitati da Matt (Taylor Frey) e Paul (Joseph Haro), coppia gay. Nonostante le premesse della partenza e la diffidenza iniziale (data anche dal fatto che Maria è una ragazza piuttosto bigotta e conservatrice…), i quattro diventeranno amici, finendo per affrontare un viaggio on the road che li porterà a fare i conti con loro stessi e a definire chi sono e chi vorranno essere. Perché, come dice Muccino, L’estate addosso è “quella che ti porti dentro e che un po’ rimpiangerai per sempre, quella che continui a sognare di rivivere, quella che ti ha segnato e quella che ancora deve venire”.

Progetto nato parallelamente alla famosa canzone omonima di Lorenzo Jovanotti (che, come noto, sarà ospite alla prossima Festa del Cinema di Roma, “è stato invitato da Monda molto prima che io sapessi di venire a Venezia”, spiega Muccino, che comunque a Venezia riceverà il premio Soundtrack Stars Award, per il rapporto speciale del suo cinema con la musica), il film è girato e ambientato tra Roma e San Francisco, “ed è figlio di tante esperienze. Lo volevo realizzare da anni, ma ancora non avevo trovato la chiave giusta”, spiega ancora il regista, che aggiunge: “Non so di preciso come si colloca nel mio percorso, non so se anticipa un mio ritorno a girare definitivamente in Italia o se il mio prossimo film sarà un’altra produzione americana, so solo che avevo voglia di tornare a realizzare un film ‘piccolo’, senza le responsabilità dei grandi budget, e volevo raccontare questa fase così delicata dell’esistenza, quella che segue l’esame della maturità”.

Momento della vita che coincide con quello di uno dei protagonisti, Brando Pacitto: “Il personaggio di Marco lo sento vicino per molti motivi, in primis perché mentre giravamo stavo realmente affrontando gli esami di maturità, poi anche per quello che riguarda la difficoltà di capire davvero che cosa vorrai fare, essere, una volta terminata questa fase”. L’affinità col personaggio, Matilda Lutz la ritrova invece nella scelta di andare negli States: “Tre anni fa ho deciso di trasferirmi negli USA e questo tipo di esperienza ho cercato di trasferirla nel ruolo. Che però mi è molto lontano per quello che attiene l’aspetto un po’ bigotto di Maria. Lì mi hanno aiutato molto i costumi, visto che in realtà mi sento diametralmente opposta a lei. In fin dei conti credo che tutti quelli che giudicano in maniera così sommaria alcuni aspetti della vita, come l’omosessualità, lo facciano perché impauriti da qualcosa che non conoscono”.

Aspetto che sottolinea anche Joseph Haro: “Molto dipende dalla realtà in cui sei cresciuto. Le persone che hanno realmente conosciuto l’amore sanno che è un qualcosa che prescinde dal genere, dall’identità o dalla razza. Ancora oggi, poi, molti attori americani sono terrorizzati all’idea di dover interpretare ruoli di gay: credono che dopo possano risultare poco credibili qualora dovessero interpretare personaggi forti o carismatici, visto che leggenda vuole che gli omosessuali siano deboli, o fragili. Ma essere attori significa non avere preclusioni su nulla: l’importante è provare a trovare l’umanità in ogni ruolo”.

E Muccino “ha avuto la grande capacità di toccare l’argomento omosessualità con sobrietà e delicatezza, anche politica diciamo, proprio per andare incontro ad un’audience magari ancora impreparata sulla questione”, dice Taylor Frey, che aggiunge: “Molti gay credo si siano identificati nella rappresentazione della nostra coppia perché, tornando anche a quello che diceva Joseph, alla fine quello che conta non è essere gay o etero, ma essere umani”.

 

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