Le donne del delitto del Circeo

Federica Torchetti, la Rosaria Lopez de La scuola cattolica in Mostra: "Oggi alla stuprata non si chiede più se è vergine, ma come fosse vestita"
Le donne del delitto del Circeo
La scuola cattolica - Foto Claudio Iannone

“Non c’è il fascismo, e si muovono da fascisti; non c’è droga, e si muovono da drogati. Una scelta intenzionale, volevamo identificare il maschio che usa la donna come oggetto. Va ricordato che sul delitto del Circeo Pasolini litigò con Calvino, asserendo potesse accadere non solo nella borghesia ma in borgata. Riflettiamo il concetto di impunità, volendo portare quella sofferenza al giorno d’oggi, ribadendo come sia responsabilità di tutti. Il mostro colpisce ancora, l’obiettivo di questo film è fare attenzione affinché non avvenga”.

Stefano Mordini porta fuori concorso a Venezia 78 – e dal 7 ottobre in sala con warner – La scuola cattolica, tratto dal romanzo omonimo Premio Strega 2016 di Edoardo Albinati, che torna sull’efferato delitto del Circeo, allorché nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 le proletarie Donatella Colasanti e Rosari Lopez vennero massacrate – la prima scampò – dagli altoborghesi criminali Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido.

Nel cast Jasmine Trinca, che interpreta la madre di uno degli studenti: “La distanza di classe e lo sguardo sprezzante sul proletariato di quelle due disgraziate ragazze ha dietro un’idea forte, che il corpo di una poveraccia non è il corpo della madre, la madre santa. La formazione in una scuola tutta maschile, dove l’unica donna è la Vergine Maria che non ha procreato passando dal corpo, i professori che istillano l’idea di corruzione femminile, a parte la madre e la Madonna. Borghesi, fascisti, cattolici, il delitto del Circeo è l’esito estremo di quel che si è seminato in quella generazione: dopo il massacro, lo stupro sarebbe passato da reato contro la morale a reato contro la persona. Ma lo stupro crudele di ricchi borghesi annoiati è anche quello che si trova ancora nelle case bene, nelle famiglie, perché se una dice no è un no, altrimenti è violenza”.

Le fa eco Valeria Golino, un’altra madre nella finzione, che focalizza il femminismo tra ieri e oggi: “Rimpiango le femministe di una volta, oggi il dialogo tra uomini e donne è a costo di altre cose che prima erano più vere, spregiudicate. Oggi impera il politicamente corretto, oggi la femminista c’è anche nella vittima, allora era nella forte. Essere vittima oggi è una medaglietta. Io non mi arrendo: la società sta migliorando, dall’altra implodendo, in qualcosa di più bigotto”.

La terza madre Valentina Cervi confessa di essere “cresciuta in quella classe sociale, tra valori, impunità, e aggressività maschio: dove cercare la colpa? Nella famiglia distratta, la madre distratta e il padre violento e assente, o nella società distratta?”.

Benedetta Porcaroli è Donatella Colasanti: “Il film inquadra il concetto di sopraffazione del più debole, non solo maschi e femmine: è un problema quotidiano, l’educazione sentimentale che manca. Spero di aver restituito a Donatella un po’ di giustizia”.

L’altra vittima, Rosaria Lopez, è incarnata da Federica Torchetti, che affonda il colpo: “Oggi quando una donna viene stuprata nessuno si chiede più se fosse vergine, come tragicamente successe per Rosaria. Ma ci sono sentenze si stupro sessiste, ancora viene chiesto come fossero vestite, se ubriache: il tema è purtroppo ancora attuale, nonostante siano passati 45 anni”.

Barbara Salabè, country manager WarnerMedia di Italia, Spagna e Portogallo, conclude: “La frase ’dovevano rimanere a casa, se la sono andata a cercare’ l’ho sentita per tutta la vita, col femminismo c’è stato un colpo di reni, ma questa frase tornava sempre. È un film che ho fatto con due uomini, Mordini e il produttore Roberto Sessa, perché tocca anche agli uomini: ci devono aiutare”.

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