L’America Latina dei D’Innocenzo

"Fantasmi, ossessioni, suspense e incertezza: variabili impazzite in un film tenero", promettono i fratelli. Con Elio Germano in Concorso a Venezia 78
L’America Latina dei D’Innocenzo
Elio Germano in America Latina

“’È amore’, recita il poster del film. E amore significa ricongiungersi ai fantasmi, ossessioni, suspense e incertezza dell’avvenire: variabili impazzite in un film profondamente tenero. Per di più, io sul set mi sono innamorato”: Così Fabio D’Innocenzo presenta l’opera terza scritta e diretta col fratello Damiano: America Latina, in Concorso a Venezia 78 e a novembre nelle sale italiane con Vision Distribution.

Interpretato da Elio Germano, che ritorna a lavorare coi fratelli dopo Favolacce, inquadra a Latina il dentista Massimo Sisti: professionale e gentile, vive in una villa immersa nella quiete con la moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia, finché un giorno non scende in cantina e l’assurdo si impossessa della sua esistenza.

“Non è un thriller, ha alcuni aspetti del thriller: misterioso e ambiguo, è un thriller psicologico. Noi amiamo i generi, perché hanno regole precise ed è bello conoscerle, approfittarne e aggirarle: America Latina contiene tanti generi, giacché volevamo rimanere scomodi rispetto a noi stessi”, sottolinea Damiano.

Il protagonista Germano parla di “lavoro non di costruzione, ma di decostruzione, per permettere alla macchina di entrare. Un lavoro in apertura, sentire e fare accadere, perdersi: il mio personaggio è l’antitesi al macho, l’uomo vincente, e potente, ha caratteristiche di apertura, delicatezza, sensibilità ovvero è femminile. Questo gli permette un’indagine interiore anziché lo sfogo con armi: è un lavoro di divaricazione al femminile, l’accoglienza della macchina da presa”. Conferma Fabio: “Il femminile ci salva, amore mette a posto i pezzi, riesce a fare decollare la vita”.
E sulla genesi del film: “L’abbiamo scritto a Berlino nel limbo di Favolacce, prima di ricevere il premio al festival nel 2020. È meno bozzettistico, meno frammentario, molto dritto con un personaggio che ci fa vivere la storia, immersiva, dentro la sua mente: il viaggio al termine di un uomo”.
Dice il produttore Lorenzo Mieli di The Apartment, “erano anni che seguivo Fabio e Damiano, sono registi nuovi, ogni volta ero spiazzato e turbato da quanto vedevo. America Latina inquadra la commovente ricerca di identità di sé stessi: chi sono io, sono in grado di amarmi, essere amato, perdonarmi. È il frutto del lavoro di artisti veri, perturbanti”.

Germano torna sul suo personaggio, sul suo “divario tra il sentire e il ruolo, il modello a cui aderire. Oggi bisogna essere performanti, contano solo i numeri e non i sentimenti, ecco l’antinomia di America Latina: America, come vogliamo apparire, forti e vincenti; Latina, dispersione, palude, la nostra palude rispetto all’immaginario”. E prosegue: “Lo scantinato è parte di noi, qualcosa che non vogliamo trapeli. Si tratta di conflittualità interna, per riconoscerla serve sensibilità, che oggi non va di moda. Massimo è un uomo sensibile, fragile, che scopre questa frattura, il bipolarismo: la parola crisi ha nell’etimo la crescita, Massimo fa un viaggio per ricompattarsi, un viaggio al proprio interno per ritrovare la sincerità”.

Della villa che è la principale location di America Latina dice Damiano: “È il punto necessario, il confine tra simbolico e retorico. È un film sul doppio, sopra e sotto, grazie anche a una villa impossibile, sbagliata, impresentabile”. Con “un uomo che sbatte nel bicchiere come una mosca”, conclude.

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