Cineasta eclettico, sempre attento alla realtà. Il suo cinema ama il confronto, si scaglia contro il perbenismo e il politicamente corretto. Ulrich Seidl rifiuta i luoghi comuni e ribalta gli schemi precostituiti. Il suo ultimo film, Rimini, distribuito da Wanted Cinema e in sala dal 25 agosto, è stato presentato in concorso all’ultima Berlinale. Racconta di Richie Bravo, cantante ormai fallito che vive in una Rimini desolata. Cerca di sopravvivere esibendosi su palchi di serie b e facendo il gigolò. La vita cambia quando incontra sua figlia. Abbiamo intervistato Seidl a Milano, per la presentazione di Rimini. “In realtà si tratta di un progetto molto più vasto. Sono due film, di cui Rimini è solo la prima parte. Sono le storie di due fratelli. Il primo è appunto in Italia, il secondo in Romania. Abbiamo girato le vicende insieme, solo in fase di montaggio c’è stata la scissione, ed è arrivato Sparta. Non si può ancora rivelare nulla, però il protagonista dovrà confrontarsi con il suo passato”, spiega Seidl.

Ha rappresentato una Rimini diversa dall’immaginario comune.

L’ambientazione è sempre molto importante. Faccio un minuzioso lavoro di ricerca, che in questo caso è durato due anni. Volevo portare sullo schermo qualcosa di diverso. Poi non necessariamente la nebbia e il freddo simboleggiano negatività. Alcune volte è il sole a essere il vero traditore.

Lei ha girato anche dei documentari. Come vive il passaggio al film di finzione?

Entrambi sono due generi molto rilevanti nella mia carriera. Per quanto mi riguarda, si intervallano, scorrono paralleli. I miei documentari sfiorano la finzione, e allo stesso tempo la finzione per me ha delle sfumature che guardano al documentario.

 

Rimini_(c) Ulrich Seidl Filmproduktion (10) b
Rimini_(c) Ulrich Seidl Filmproduktion (10) b
Rimini_(c) Ulrich Seidl Filmproduktion (10) b
Rimini_(c) Ulrich Seidl Filmproduktion (10) b

Quanto sente ancora viva l’influenza della sua trilogia Paradise: Love, Paradise: Faith e Paradise: Hope?

Al momento non ho in mente di tornare ad affrontare la spiritualità nel mio cinema. Oltre a questi tre film ho anche realizzato Jesus, Du Weisst, un documentario sulla preghiera. Da qui è nata l’idea per la trilogia. È qualcosa che mi capita molto spesso: mentre mi concentro su un progetto, nasce già l’idea per il titolo successivo.

Quanta libertà lascia ai suoi attori sul set?

Difficile da dire. Loro non ricevono una sceneggiatura, devono improvvisare. Seguendo un lungo periodo di preparazione, è necessario che imparino chi incarnare, come muoversi, come parlare. Ognuno studia individualmente, si incontrano solo alla fine. Io dico loro solo il contenuto della scena.

Quanto è fedele invece alla sceneggiatura?

È un modello. Giro seguendo le scene in ordine cronologico, così procedo in modo lineare e posso cambiare alcune cose. In tutto ciò che scriviamo, mettiamo sempre un po’ di noi stessi. Tutti i miei film sono critici nei confronti della società.

Chi sono i suoi maestri?

Domanda complessa. Agli inizi di sicuro Pasolini, Herzog, Vigo, Bergman e più tardi Cassavetes. Ma probabilmente ho dimenticato qualcuno.