La Razzabastarda dell’esordiente

"Integrazione? Meglio miglioramento", dice Alessandro Gassmann. Che firma in bianco&nero la sua prima regia cinematografica
15 Aprile 2013
La Razzabastarda dell’esordiente

“Integrazione non è un termine che mi piace molto, preferisco miglioramento: integrarsi vuol dire migliorare”. Così Alessandro Gassmann presenta la sua opera prima, Razzabastarda, dal 18 aprile nelle nostre sale in 50 copie targate Moviemax.
Patrocinato da Amnesty International, scritto con Vittorio Moroni, Razzabastarda arriva sul grande schermo dopo la menzione speciale a Prospettive Italia del festival di Roma 2012, soprattutto, dopo 300 repliche e 230mila spettatori a teatro: al cinema i colleghi di palcoscenico, le maestranze conosciute in 30 anni di carriera e la storia di Roman (Gassmann), romeno in Italia da tre decenni, e il suo sogno di dare un’esistenza migliore al figlio Nicu (Giovanni Anzaldo), che ha cresciuto senza madre.
Nel cast anche Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Matteo Taranto e Madalina Ghenea, Razzabastarda è in bianco&nero: “A teatro era in 3D e a colori, ora in 2D e b&n, ma abbiamo lavorato per garantire un impatto emozionale al pubblico: un film forte e violento, che indaga dove non si vuole guardare. Un paese – affonda Gassmann – è davvero democratico solo se chi nasce in Italia da genitori stranieri è cittadino italiano”. E, ancora, “ho cinque sangue diversi nelle mie vene, tra cui quello ebreo di mia nonna, che dovette cambiare nome per le leggi razziali: spero che nessuno debba rifarlo per vivere”. Ecco perché in calce a Razzabastarda ci sono le parole di Einstein: “Conosco una sola razza, quella umana”.
Nato nel 1984 off Broadway, con Robert De Niro che legge Cuba and his Teddy Bear del cubano Reinaldo Povod e lo mette in scena per 6 settimane con grandissimo successo, il teatrale Roman e il suo cucciolo di Gassmann arriva al cinema con qualche sostanziale modifica, a partire dal titolo. “Semplicità e sottrazione” per parole guida, Larry Clark per ispirazione, “impressionismo e non iperrealismo” per stile, il film “lascia inquietudine e malessere, affinché lo spettatore rifletta sul tema dell’integrazione”, dice il neoregista, attualmente a teatro con Riccardo III.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Gammarota e Taranto: “Tutti siamo bambini spaventati, sia noi che chi vive ai margini, e nelle periferie anche gli italiani lo sono”, mentre la romena Ghenea ricorda la propria esperienza personale: “A 14 anni sono andata via di casa con al speranza di trovare un lavoro e aiutare la mia famiglia: Dio mi ama, sono stata fortunata, ma tante volte si finisce sulla strada, come la Dorina che interpreto”.

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