La mia Julieta

Un dramma venato di suspense. Pedro Almodóvar abbandona il melò e torna in concorso a Cannes con due magnifiche attrici
La mia Julieta

Le sue protagoniste sono abbaglianti, forti, fragili, bellissime: Adriana Ugarte prima ed Emma Suarez dopo, due donne diverse per interpretare  la stessa Julieta, in uscita nelle sale il 26 maggio e in concorso al festival di Cannes, in cui Almodovar  ritrova quell’universo femminile che ha tanto indagato nel corso della sua carriera (Tutto su mia madre, Parla con lei, Volver), con nuova sensibilità e pudore. Forse perché c’è il dramma, senza il melò, quello di una madre prima di tutto. La sua casa di produzione, a Madrid, ha una grande cucina in cui ogni tanto compare qualcuno, saluta, si prende o un caffe o cucina qualcosa. Dall’olio di oliva all’orologio tondo, messo un po’ di sghembo la scritta El Deseo campeggia ovunque. Lo studio di Pedro è pieno di immagini delle sue attrici, una magnifica Penelope Cruz bionda, poster, oggetti diligentemente ordinati. Sprizza vitalità: non facciamo in tempo a sederci che le parole sgorgano come un ruscello in piena. Impossibile resistere al suo sguardo, occhi scuri profondi come pozzi artesiani. Si capisce che lavorare con lui dev’essere un atto di completa sottomissione. Emma Suarez ha detto che è valsa la pena di vivere quell’inferno dopo aver visto il film. “Per Julieta – racconta Almodóvar – non volevo attrici con cui avevo già lavorato. Abbiamo fatto molti provini. La Suarez l’ho presa al primo colpo.  E Adriana Ugarte era la più convincente per la parte della giovane protagonista”.

Qual è il metodo Almodovar?
La voce. Per me è fondamentale. Suggerisco il tono per ogni frase. Ai miei attori racconto i personaggi ma correggo sempre la pronuncia anche in spagnolo. Sono convinto che il modo di dire le cose determini una precisa espressione del viso. Proviamo moltissimo e all’inizio può sembrare una specie di dittatura. Devo ammettere che forse lo è (ride).

 Il mistero che aleggia su Julieta è un omaggio alla scrittrice canadese  Alice Munroe,  In fuga, o un’idea di Pedro Almodovar?Appartiene a me, qualcosa della Munroe incomincia a fare capolino dopo 20  minuti con la scena de l treno. Il cuore che palpita e si intravede all’inizio è al centro di tutta la storia. In alcuni momenti può sembrare un thriller, quando vediamo Julieta investigare, cercare. Credo però sia un film drammatico, quasi austero.

Julieta a vent’anni e dopo cinquantenne. Scegliere due attrici diverse e scambiarle con un’ellissi è geniale e rischioso. Che somiglianza cercava?
Mi sono giocato tutto con quella carta. Ma finché non ho visto il film non potevo sapere se era la mossa vincente. E’ una questione di stile.  Ci sono autori che hanno preso decisioni molto più radicali di me. Buňuel per esempio in L’oggetto oscuro del desiderio, ha usato due donne molto differenti per la protagonista: Angela Molina furiosa, appassionata, e Carol Bouquet fredda o raggelata. Certo Buňuel è un regista surrealista quindi aveva grandissima libertà narrativa. Volevo soprattutto evitare il trucco dell’invecchiamento, un compromesso che posso accettare a teatro e non al cinema.

La musica. Sono più di vent’anni che lavora con Alberto Iglesias, eppure qui c’è qualcosa di diverso.
Sì ed è stato un processo faticosissimo. Quando Alberto ha visto Julieta la prima volta ha pensato che non avesse bisogno di nessun commento musicale. Mentre io la volevo, anche per unire i salti temporali. Abbiamo incominciato ad agosto, non sono un compositore, però sono sempre presente. Nei primi tre mesi tutti gli schemi che mi proponeva non funzionavano. Ogni giorno gli dicevo no e lui si rimetteva al lavoro. A ottobre, per casualità, gli ho portato una colonna sonora di un giapponese che mi piace molto, Toru Takemitsu. È stato l’autore di  Ran di Akira Kurosawa, Alberto lo conosceva bene e ha scoperto che il riferimento era Mahler e da qui la scintilla. C’è un momento in Julieta che ricorda  Morte a Venezia. Alberto non è solo generoso, è una persona preziosa: un artista senza ego.

I suoi personaggi, proprio dai primi film agli ultimi, sembrano avere due facce, tanto che non si riesce a districarne le due parti…
La duplicità è un argomento che mi affascina. Nella scena del treno Julieta non solo conosce l’amore fisico, concepisce la vita. E allo stesso tempo entra in contatto con il lutto, e Xoan prima di incontrarla è seduto sulla poltrona che prima aveva occupato un morto. E’ una specie di presagio, di predestinazione. D’altronde, il piacere e il dolore, la vita e la morte, i grandi temi della nostra vita si mescolano sempre: l’amore e la disperazione vanno di pari passo e sono inseparabili.

Julieta scrive, una lunga confessione, ad Antia. Tutto ciò che non le ha detto: a incominciare  dall’incontro con il padre. Non è un caso che avvenga proprio su un treno.
Per me significa casualità, rischio, avventura. Da bambino c’era solo un treno che passava nel mio paese, molto lento. E per me rappresentava la libertà di andarmene da lì, sapevo fin dall’inizio che se c’era un futuro era fuori da quel posto.

E quando ha preso finalmente il treno?
Quando me ne sono andato avevo 17 anni. Ero minorenne. Allora era necessario rendersi indipendente.

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