Kim Ki-duk, svolta cinese

Il regista sudcoreano cede alla corte di Pechino: produzioni ricche, per il grande pubblico. Si parte dai 30 milioni di dollari per Who is God
Kim Ki-duk, svolta cinese

Ricordate il pugno alzato di Kim Ki-duk a Venezia 69, alla consegna del Leone d’Oro per Pietà? Ebbene, quel pugno nascondeva una carezza a giudicare dalla svolta che il regista sudcoreano sta per imprimere alla sua carriera. Pur di saltare sul treno delle ricche produzioni cinesi, Kim si dichiara pronto ad alleggerire il suo cinema della carica di violenza e di scandalo che lo hanno reso famoso nel mondo. Film più commerciali, “aggiustati” per la censura di Pechino, a partire dall’epico Who is God, 30 milioni di dollari di budget e prima opera in lingua cinese di Kim Ki-duk: “Ho avuto un finanziamento che è tre volte quello di tutti i miei film fatti finora in Corea”, ha spiegato il regista da Busan, dove è in corso l’annuale festival cinematografico. Una settimana prima, durante la conferenza stampa di presentazione del progetto a Pechino, aveva dichiarato senza possibilità di equivoco: “Ho intenzione di cambiare il contenuto dei miei film per il pubblico cinese”.
Kim ha lavorato allo script di Who Is God per dieci anni. E’ una storia incentrata su una guerra di religione scoppiata in seguito alla diffusione del buddismo nell’antica Cina: “Ci sono molti film hollywoodiani sulle crociate e su altri conflitti religiosi. Qualcosa di simile deve essere accaduto in Asia quando il buddismo sconfinò dall’India.”
Il progetto verrà prodotto dalla cinese JSNH Film. La sceneggiatura al momento è al vaglio delle autorità cinesi. Kim Soon-mo, produttore della Kim Ki-duk Films, ha riferito a The Hollywood Reporter che è “possibile che lo script venga alterato, sappiamo che è normale in Cina. Con le maglie della censura bisogna fare i conti”.
Per il cast, il regista sta valutando diversi profili locali anche se non ha nascosto il desiderio di poter lavorare con star del calibro di Zhang Ziyi e Gong Li.
Quel che è certo è che Kim ha deciso di lasciare per il momento l’industria coreana: “Ho fatto film in Corea per 20 anni: le storie che lì volevo raccontare sono finite”, ha detto.

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