Intervista a Claudio Giovannesi

"Dopo il Coronavirus bisognerà riflettere su come sarà il presente, capire in che realtà vivremo", dice il regista di Fiore e La paranza dei bambini. Al lavoro su un nuovo film, ambientato nel passato
Intervista a Claudio Giovannesi
Claudio Giovannesi - Foto Douglas Kirkland

“Mi manca il sole e stare all’aria aperta, ma desidero tanto anche incontrare le persone. Ben vengano le videochat, però non sono la stessa cosa. In questa situazione capisci quanto è importante il contatto fisico”. Parola del regista e sceneggiatore Claudio Giovannesi (classe 1978), che ai tempi del Coronavirus, in quarantena nella sua casa a Roma, si è raccontato a Cinematografo.it.

Diplomatosi in regia al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Nel 2012 ha vinto con il suo secondo lungometraggio Alì ha gli occhi azzurri il premio speciale della giuria al Festival internazionale del film di Roma. Con Fiore (2016), storia d’amore tra due adolescenti in un carcere minorile, presentato in concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al 69º Festival di Cannes, ha conquistato sei candidature ai David di Donatello 2017 e ai Nastri d’argento 2017, tra cui quelle per il miglior film e la miglior regia.

Daphne Scoccia e Valerio Mastandrea in Fiore

Lo scorso anno ha diretto La paranza dei bambini, film tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, presentato in concorso al Festival di Berlino 2019  e vincitore dell’orso d’argento per la migliore sceneggiatura.

La paranza dei bambini ©Simone Florena

Ora sta lavorando al suo prossimo film: è ancora in fase di scrittura, ma sarà ambientato nel passato. Il Coronavirus non ha dunque influito sulla storia che sta scrivendo, ma ha comunque condizionato il suo lavoro. Come?

“E’ vero che uno in questo periodo sta a casa e quindi in teoria ha più tempo per scrivere. Ma non concepisco una sceneggiatura come qualcosa che si fa dentro casa. Per me è fondamentale il lavoro di ricerca sui personaggi e quello per forza si deve fare all’esterno, incontrando le persone dal vivo”, dice.

E poi: “Dopo il Coronavirus bisognerà riflettere su come sarà il presente. Bisognerà vedere che Italia, che Europa e che mondo ci sarà dal punto di vista sociale ed economico. Ora non lo sappiamo ancora. Siamo in una specie di limbo attualmente tra il prima e il dopo. Non sarà tanto l’idea di prendere il racconto del Coronavirus, non è come la seconda guerra mondiale, ma bisognerà poi capire in che realtà vivremo”.

 

Avresti mai immaginato una storia come quella che stiamo vivendo? “No, perché io non sono un amante dei film apocalittici e post-apocalittici. Avrei dovuto immaginare una storia ambientata nel futuro e in questo caso una pandemia. Ma non ho mai pensato a quest’ipotesi. Per me nasce tutto dall’incontro e dall’empatia”.

C’è un film che ti ricorda la realtà di oggi? “Questa cosa, anche se non c’entra nulla, la sto vivendo come un’esperienza di arresti domiciliari e di reclusione. Per un medico, un infermiere, una persona che lavora nel settore alimentare è diverso, ma per la stragrande maggioranza delle persone questa è un’esperienza di arresti domiciliari. Di fatto sono vietate le visite e nessuno ti può venire a trovare. Prima di girare Fiore vidi tanti film che raccontavano l’adolescenza e anche film ambientati in carcere come Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Ecco questo periodo mi ricorda quel tipo di filone cinematografico”.

Come si potrà raccontare al cinema nel futuro il Coronavirus? “E’ difficile da affrontare quello che stiamo vivendo adesso – risponde-.  Lo puoi declinare in tanti modi. Ci puoi fare anche una commedia volendo e trovarci delle situazioni grottesche. Si può fare una storia d’amore perché è proprio il classico plot: gli amanti separati che per vedersi sono costretti ad infrangere la legge. Oppure si potrebbe fare un film sulla responsabilità professionale, raccontando la storia di un medico. Ci sono tanti punti di vista possibili”.

Dopo tutto questo come cambierà la visione in sala? “Già c’era un andamento in cui le forme di visione del cinema erano differenti, penso alle varie piattaforme streaming. Sono anche spettatori i ragazzi che si guardano un film al telefonino mentre stanno sull’autobus. Lo stesso discorso vale per la musica. Non sono ascoltatori solo quelli che la sentono  in vinile. Dopo il Coronavirus la sala soffrirà ancora di più perché bisognerà riabituarsi all’idea dello spettacolo collettivo. Comunque rimane il modo migliore per vedere un film dal punto di vista visivo e sonoro”.

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