Il teatro umano di Virzì

"Porto in scena uno spettacolo con Silvio Orlando, uomo qualunque che sarà giudicato", dice il regista de La prima cosa bella. A Tallinn, aspettando l'EFA per l'European Director 2010
4 Dicembre 2010
Il teatro umano di Virzì

“Non ho ancora iniziato a pensare ad un nuovo film, adesso sono concentrato sulla messa a punto di uno spettacolo teatrale che ai primi di marzo porto all’Eliseo di Roma. Si intitola Se non ci sono altre domande, protagonista è Silvio Orlando insieme ad una compagnia di circa 20 attori, tra i quali Chiara Caselli, Roberto Citran, Lorenza Indovina”. Nel gelo di Tallinn, in Estonia, dove stasera con La prima cosa bella concorre per l’EFA al miglior regista europeo dell’anno (in cinquina con Olivier Assayas per Carlos, Semih Kaplanoglu per Honey, Samuel Maoz per Lebanon e Roman Polanski per The Ghost Writer), Paolo Virzì anticipa ai cronisti italiani qualcosa sul suo esordio come scrittore e regista di teatro: “E’ la storia di un uomo qualsiasi (Michele Cozzolino il nome del personaggio, ndr), non celebre o famoso, funzionario di una compagnia di assicurazioni, che si ritrova inaspettatamente protagonista di una conferenza stampa dove giornalisti ed altre persone comuni sembrano sapere ogni cosa della sua vita, incalzandolo con una serie di domande e considerazioni, trasformando ben presto il tutto in una sorta di processo pubblico. In realtà lui è morto, e ciò che si ritrova davanti è la sua vita comune, di uomo comune, che viene passata al setaccio”.
Ambientato ai giorni nostri e senza alcun riferimento a personaggi “di cui si conoscano nomi e cognomi”, il testo teatrale nasce però da alcune suggestioni dei nostri tempi: “In parte mi sono ispirato ad alcune conferenze stampa vissute in prima persona – spiega Virzì – ma credo che alla fine emerga con forza il parallelismo con alcuni talk show della nostra televisione, dove la vita delle persone comuni, soprattutto per quello che riguarda gli aspetti emotivi, viene data in pasto agli spettatori”.
Da qui a marzo, però, la strada è lunga, e in mezzo ci sono addirittura due premi Oscar, a cominciare da quello europeo che verrà assegnato stasera al Nokia Concert Hall dell’innevata Tallinn: “Sono membro degli EFA da qualche anno – dice il regista livornese – e mi arrivano scatoloni di DVD per poi votare, è divertente, interessante, soprattutto col tempo mi sono reso conto che in molti casi abbiamo ben poco da invidiare al resto della produzione europea. Pensare che in cinquina c’è anche Polanski, regista sul quale ho fatto il mio primo esame di cinema, mi fa un certo effetto. E sono anche sicuro che vincerà lui, il suo film (The Ghost Writer, ndr) è veramente bello”.
Poi, finalmente, il 25 gennaio si saprà se il suo La prima cosa bella è entrato nella cinquina delle nomination per il miglior film straniero agli Academy Awards: “Siamo contenti per il modo in cui il film è stato accolto negli States – dice ancora Virzì – abbiamo trovato la distribuzione (la Tartan Palisades, che negli USA portò anche In the Mood for Love di Wong Kar-wai, ndr), un publicist molto bravo, Tony Angelotti, che si occupò anche de La vita è bella di Roberto Benigni e ottime recensioni, come quella di The Hollywood Reporter, che ha parlato del nostro come di ‘un film destinato ad incantare le folle’. Non c’è niente da fare, comunque, per gli americani l’Oscar è davvero una cosa importante, e il film straniero lo guardano con molta attenzione, per loro è una delle principali finestre sul mondo. Quando è morto Mario, nei giorni scorsi, i giornali hanno titolato ‘the Oscar nominated Monicelli’, per loro è un grande valore”.
E proprio su Monicelli si chiude l’incontro con il regista de La prima cosa bella: “Ammetto che le discussioni scaturite in seguito alla sua morte mi hanno dato molto fastidio, in un senso e nell’altro – dice Virzì -. Non commento, non dico nulla, non userei nemmeno la parola ‘suicidio’: semplicemente non credo sia stato ‘un gesto di libertà’, come detto da Paolo Villaggio, né tanto meno come hanno detto altri, penso alla Binetti, che fosse stato lasciato solo, perché non credo sia vero. Certo è che non gli piaceva essere ‘assistito’, ricordo quanto gli diede fastidio ai funerali di Furio Scarpelli quando gli abbiamo chiesto se voleva che lo riaccompagnissimo a casa. Comunque mi piace parlare di lui per quello che riguarda altre cose, anche buffe, come ad esempio il patto implicito che dovevi accettare per essere suo amico era quello di farsi prendere per il culo e lui ti voleva bene: la sua forma di bruschezza era la sua maniera di essere autentico, la presa in giro era la maniera più sincera, meno ipocrita, per avere a che fare con le persone”. Tenendo in alta considerazione anche quelle che non conosceva: “Negli ultimi tempi scendeva a mangiare da solo in una trattoria a Monti – conclude il regista – e siccome ci vedeva poco, dopo un po’ iniziava a trascurare il cibo e si metteva ad ascoltare le conversazioni che provenivano dagli altri tavoli. Poi pagava il conto, si alzava, prendeva il bastone e salutava tutti, ringraziando per la bella serata”.

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