Il suono della strada

I primi respiri periferici, poi musica di massa: l’evoluzione del rap italiano in Street Opera di Haider Rashid, in Alice nella Città
Il suono della strada

1994-2014: da genere di strada a musica di massa, il rap italiano viene raccontato attraverso le parole di quattro rapper simbolo di correnti e periodi differenti. È Street Opera di Haider Rashid, ospitato da Alice nella Città durante la X Festa di Roma (proiezione aperta al pubblico venerdì 16 ottobre alle ore 22.30 al Cinema Avorio del Pigneto): Clementino, Gué Pequeno, Danno (MC dei Colle der Fomento) e Tormento (già cantante dei Sottotono), insieme a Elio Germano – attore e rapper del gruppo Bestierare – ci guidano, ognuno a proprio modo, in questo universo musicale nato negli angoli delle periferie e arrivato ben presto in vetta alle classifiche dei dischi venduti.

Ed è molto interessante la contrapposizione generazionale, tematica e sociale che emerge nei 70’ del lavoro di Haider Rashid, realizzato grazie alla collaborazione con l’omonimo Omar Rashid (che insieme a Haider ha scritto e prodotto il documentario), casualmente (?) intitolato come l’omonima traccia (Street Opera) di Fritz da Cat presente in “Novecinquanta” (album del 1999).

Il “teorico” con la T maiuscola è naturalmente Elio Germano, dal ’97 componente delle Bestierare, fiero della propria indipendenza e lontano dalle logiche del mercato discografico, difende con fervore l’idea opposta a quella di certi ragionamenti con cui, in qualsiasi ambito, ci è stato insegnato che per emergere, per essere felici, bisogna fare di tutto per scavalcare o fregare il prossimo. Libertà d’espressione, arte intesa quale strumento attraverso il quale non mostrare, ma spaccare il contenitore che la ospita: “[…] La gente s’è stufata e non la fermi /nemmeno con i bingo i multisala e i maxischermi  / pensavi di averla addomesticata / a calcio e patata, calcio e patata, calcio e patata? […]” (Tutti uno, dall’album “Per uscire premi icsilon”, 2013).

Elio Germano sul palco con le Bestierare

Elio Germano sul palco con le Bestierare

In un certo senso, la logica “dal basso” ha da sempre contraddistinto i Colle der Fomento, da vent’anni iconico gruppo romano underground che riempie i centri sociali di tutta Italia, nato nel ’94 anche grazie a Danno (Simone Eleuteri), tra i fondatori del collettivo Rome Zoo e MC del trio insieme a Masito: “Molti ci rimproverano di non aver fatto il salto verso la celebrità, di non aver accettato gli inviti da Videomusic o MTV… Quello che ha sempre contato per me, però, è di aver fatto come c…o me pareva”. Il discorso, in fondo, è sempre stato questo per Danno (tra i rapper freestyle più talentuosi del panorama italiano) e i Colle der Fomento, nati in un certo senso sui binari abbandonati della stazione Nomentana, tra un graffito e l’altro a inizio anni ’90: rimanere riconoscibili, pur restando ai margini dell’industria discografica: “Faccio rap solo rap tu uccidi di sopra, giochi ma col rap non ci si gioca. /Sai che flippo hardcore, solo hardcore. Per questo se non ti piace è una questione di testa, non solo di gusto. / Quindi vai, non do quello che vuoi. / Sul colle zero rave, zero gangster, soltanto B-Boy” (Solo Hardcore, dall’album “Odio pieno”, 1996).

Discorso, quello della celebrità, che nella seconda metà degli anni ’90 ha investito i Sottotono, tra i gruppi rap più famosi di quel decennio, con Tormento (Massimiliano Cellamaro) che dopo il quarto album (… In teoria, 2001) si ritira dalla ribalta, dividendosi dal beatmaker Big Fish e causando lo scioglimento del gruppo. Torna a concentrarsi sulla scena underground, lavorando da solista, e tra quelli incontrati in Street Opera sembra l’artista ancora in cerca di commistioni tra le radici di musiche immortali (il jazz del Dizzy Gillespie di Salt Peanuts…), sonorità frutto della nostra terra e beat più urbani. Immerso in un mondo di vinili, apparentemente “sazio” di quel successo che – ai giorni nostri – investe invece due rapper come Clementino e Gué Pequeno.

Tormento

Tormento

Il primo, napoletano doc, è considerato in un certo senso l’erede di Jovanotti e il suo pezzo ‘O Vient è diventato l’inno di una generazione: “Mi piacerebbe fare rap anche a cinquanta, sessanta anni. Ma è difficile, allora spero di riuscire un giorno a poter sfondare nella recitazione”, dice Clementino (Clemente Maccaro), classe ’82 e tutta una infanzia trascorsa nelle quinte dei teatri dove si esibivano, amatorialmente, i suoi genitori: “Ha respirato l’aria del palcoscenico sin dalla tenera età”, dice il papà. “E prima di diventare famoso non ha fatto mica la gavetta, ha fatto un vero e proprio gavettone”, aggiunge la mamma. Sforzi che l’hanno portato alla ribalta, a collaborare tra gli altri con Pino Daniele e Fabri Fibra, a diventare il nuovo eroe musicale di Napoli, e non solo.

Clementino

Clementino

Il secondo, milanese classe 1980, all’anagrafe Cosimo Fini, deve il suo nome d’arte al temibile Zé Pequeno del film City of God di Fernando Meirelles. Vincitore di due dischi di platino, ha portato il rap nelle discoteche ed è diventato anche il primo imprenditore del rap italiano, realizzando una personale linea di abbigliamento. Costruendosi nel tempo l’immagine del “cattivo”, dell’antipatico, Gué Pequeno – nei suoi videoclip è sempre uno sfoggio di lusso, macchine potenti, donne oggetto… – è  probabilmente il rapper che più di ogni altro in Italia incarna lo sgretolamento dei valori della nostra società e dell’alienazione dei giovani d’oggi: “E’ solo entertainment, molti lo dimenticano troppo spesso. Grazie a me lavorano persone, chi con due-tre figli, che forse non avrebbero altre possibilità. Credo sia più importante questo che tanti bei discorsi sull’impegno sociale”.

Gué Pequeno

Gué Pequeno

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