Il mio nome è Ferzan

"Non sono stato educato dalla religione, ma dall'arte", dice Ozpetek. Che chiude al Trevi la rassegna a lui dedicata, La vita di fronte
Il mio nome è Ferzan
New York City (USA)5 giugno 2008 OPEN ROADS NEW ITALIAN CINEMA Ferzan Ozpetek

Il regista italiano per adozione. Ferzan Ozpetek, insieme a Laura Delli Colli, incontra il pubblico al Cinema Trevi di Roma nell’ultimo giorno della rassegna lui dedicata (22-26 novembre 2015), La vita di fronte. Il cinema di Ferzan Ozpetek. “Ci chiamano Ginger e Fred a noi due. Andiamo sempre insieme in molti posti”, scherza il regista.

Tra gli elementi che caratterizzano i film di Ozpetek (tra gli ultimi Magnifica presenza e Allacciate le cinture) c’è “la citazione” del cinema italiano del passato, come Cuore sacro che richiamare qualcosa di Europa 51 di Roberto Rossellini. Dietro l’esercizio citazionistico e la bella immagine Ferzan Ozpetek però racconta la vita e le sue barriere. Arrivato dalla Turchia a soli diciassette anni ma cresciuto in Italia e anche cinematograficamente, “credo tu abbia assorbito le due arti del cinema italiano, la commedia e il mélo – commenta Laura Delli Colli –. Il mélo inteso non come genere ma come spirito e passione. Le due caratteristiche che fanno parte della tua cultura e che hai messo in tutti i tuoi film”.

Ozpetek, nato cinematograficamente come assistente di Massimo Troisi, negli ultimi anni non si è dedicato solo al cinema ma anche all’Opera. “Mi è piaciuta moltissimo. C’è molto mélo nell’Opera. Il mio cinema si adatta al mio modo di vedere le cose, anche quando qualcosa non va bene trovo il motivo di sorridere, per questo commedia e mélo si mischiano”, continua il regista “italiano” di Istanbul. Ozpetek usa questi due generi per parlare di sentimenti e di valori, e trova sempre un modo per raccontare le amicizie e gli amori. Non amore al singolare, ma i vari amori, perché nei suoi film sono tanti gli intrecci di vicende sentimentali, come Le fate ignoranti, Saturno Contro o Mine Vaganti. Nelle sue storie, nel suo cinema, si ritrovano molti aspetti che appartengono alla società. “Parli di intolleranze, di barriere, di tante cose che sono prigioniere dentro leggi che non ci sono – interviene Laura Delli Colli –. Sempre dal punto di vista del vissuto e del lato personale. Coppie gay, coppie di fatto, adozione ma anche problematiche sociali senza mai entrare nell’aspetto politico”. Diventano temi universali raccontati con una chiave allegra e drammatica.

In sala anche l’amica e attrice Milena Vukotic, la Signora Fantozzi e la nonna Enrica di tutti gli italiani. “Con Milena abbiamo un’intesa unica. Anche una battuta banale e riesce a darle grande spessore”, afferma Ozpetk che si sofferma sul rapporto con gli attori e del suo innamoramento. “Dei miei attori io mi innamoro e li seguo anche negli anni. Ci tengo molto a loro”. E continua, “gli attori non sono esseri umani normali. Sono creature di un’altra terra. Sono diversi da noi. Una piccola frase o parola a loro può distruggerli o renderli felici. Gli attori non si possono capire, si possono solo amare”.

Ferzan Ozpetek deve il suo successo a Il bagno turco (1997), un film italiano girato a Istanbul in cinque settimane, con pochissimi mezzi e che ha moltissimo della sua storia. Un titolo che ha avuto tanto richiamo mediatico, e venduto in diversi Paesi gli ha aperto la strada a livello mondiale. Da qui in poi tutti i film che ha fatto hanno avuto una via più facile, e ad oggi ha in programma due progetti importanti: un film, il primo, totalmente turco e un altro ambientato nel cuore di Napoli.

Inevitabile non parlare anche di quanto sta accadendo in queste settimane, ma non della strage di Parigi, degli attacchi in Siria o dell’Isis. Ozpetek preferisce riflettere sulla religione e dice: “io non ha avuto un’educazione attraverso la religione ma attraverso l’arte”. Cresciuto da laico e non battezzato in quanto figlio di una donna sempre contro la religione, figlia a sua volta della “repubblica turca”, commenta: “da una parte mi dispiace perché la conoscenza delle cose è molto importante, porta a mettere a confronto le cose. L’educazione culturale però è stata molto importante”. E sulla Chiesa aggiunge: “non è il luogo a essere importante. Per pregare non hai bisogno della chiesa, della moschea o della sinagoga. Quello che cerchi sta ovunque, in tutti quei posti che ti danno quella strana sensazione di serenità”.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy