Il diario di Nanni Moretti

“Non sono un cineasta di talento. Fellini? Non ha mai visto un mio film”, dice il regista. Protagonista a Bari di una masterclass ricca di aneddoti
Il diario di Nanni Moretti

Nessuno si aspettava dichiarazioni, rivelazioni, semplici parole su Mia madre, il nuovo film di Nanni Moretti. Ma la masterclass che il regista romano ha tenuto in chiusura di Bif&st a Bari è stata un one man show in cui Moretti non ha risposto alle domande, se non a quelle molto caute del moderatore Jean Gili, e ha tenuto una sorta di conferenza sul suo cinema e i suoi ricordi partendo da Caro diario, di cui – dopo la proiezione – è stato letto il diario di lavorazione dallo stesso regista, come aveva fatto in un bello spettacolo teatrale in cui i diari delle sue produzioni erano al centro della scena (Concerto Moretti).
Dopo la lettura divertente del diario (“Spesso penso di non avere grande capacità, per questo mestiere. Supplisco girando molte inquadrature, lavorando con gli attori, ma non credo di avere molto talento. Peccato”), Moretti ripercorre con Gili la lavorazione del film e in generale i processi del suo cinema: “Tutto Caro diario è nato e cresciuto un po’ per caso, volevo prima farne un cortometraggio e poi è diventato lungo. La scena a Lipari per esempio, in cui io ballo al ritmo del mambo di Silvana Mangano, ecco quello era una riserva, io avrei voluto un ‘musicarello’ con Caterina Caselli ma la Titanus che deteneva i diritti non me li concesse e dovetti ‘ripiegare’ su Anna”. Roma d’agosto, l’atmosfera intima della città, la presenza di Jennifer Beals elementi casuali che Moretti ha saputo plasmare per creare uno dei suoi film più belli.
Uno dei passaggi più spassosi riguarda un’intervista del ’93 in cui Fellini accoglieva Moretti come un giovane Savonarola contro i Papi corrotti come lui: “Sono sicurissimo che Fellini non abbia mai visto un mio film – commenta Moretti – non gli interessava vedere i film degli altri. Non era snobismo, proprio non gli interessava. Forse in quell’intervista parlava di me come figura, personaggio, non come regista, ne sono certo”.
L’anima e la dimensione da spettatore di Moretti ha da sempre influenzato il suo essere regista: “Verso la fine degli anni 80, in un periodo in cui la sceneggiatura era stata un po’ messa da parte dai registi sia nei film commerciali che in quelli d’autore m’è sembrato che ci fosse un giusto ritorno dell’importanza della sceneggiatura. Per reazione, ad esempio in Palombella rossa oltre che in Caro diario, ho voluto raccontare in maniera narrativamente più libera, meno obbediente a regole un po’ vecchiotte”. E poi la fortissima dimensione politica del cinema, e della persona, di Moretti: “Per La cosa, cominciai a andare nelle sezioni del partito a filmare chi era d’accordo e chi no con la fine del PCI ma non volevo ‘dimostrare’ al pubblico chissà cosa, ho cominciato a girare per curiosità mia personale. Ero solo curioso di capire che cosa stesse accadendo in quelle settimane. Era un’autocoscienza in pubblico a cui era interessata l’intera società italiana.
L’ansia e le idiosincrasie di Moretti vengono a galla nel rapporto con le maestranze e i collaboratori: “Le riprese sono il momento più massacrante dell’intero film, anche se pure la scrittura mi mette abbastanza ansia. Quando cominci a montare va meglio, perché lavori con una sola persona, non con decine”. Non solo regista Moretti, ma anche attore, produttore, esercente cinematografico, direttore di festival: “Ho attraversato i vari mestieri del cinema per piacere e anche perché mi sembrava il modo migliore per completare il mio lavoro di regista. È anche un modo di ricaricarmi”. Prima di passare a un nuovo film, come Mia madre, l’unico tenuto gelosamente fuori dalla conversazione. Ma per saperne più, fortunatamente, non bisognerà attendere molto.

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