Il compagno Konchalovsky

"Nella vita ogni lieto fine è un miracolo", dice il regista russo. In Concorso a Venezia 77 con Dorogie Tovarischi!, sul massacro secretato di Novocherkassk
Il compagno Konchalovsky
Andrei Konchalovsky al Bi&st 2017

“Il mio desiderio è quello di capire con ogni film che faccio, è un processo di apprendimento su ciò che è il cinema”. Parola di Andrei Konchalovsky, che porta in Concorso a Venezia 77 Cari compagni!, dedicato al massacro di Novocherkassk, quando tra l’1 e il 2 giugno del 1962 uno sciopero dei lavoratori venne soffocato nel sangue dall’Armata Rossa e/o il KGB: ventisei persone rimasero a terra, ottantasette i feriti. La storia è stata secretata fino agli anni ’90, la prima inchiesta ufficiale, affidata all’investigatore Yuri Bagraev qui consulente alla sceneggiatura, è del 1992, a sessant’anni esatti dagli eventi: “Un buco nero, non se ne poteva parlare, io ne sono venuto a conoscenza nel 1991, dopo Gorbaciov. E mi sono basato sui documenti, metà film è fatto con i resoconti stenografici: mi chiedevo, ma chi se lo vedrà mai?”.

Dear Comrades di Andrei Konchalovsky

Konchalovsky affida alla moglie, l’attrice Julia Vysotskaya, la protagonista Lyudmila, membro del partito comunista locale, militante dura e pura, che disprezza ogni disallineamento e dissidenza dalla dottrina. Una manifestazione operaia in una fabbrica di locomotive, innescata dal carovita e dalla riduzione oraria del salario, viene repressa da esercito e apparati di sicurezza: vittime e dispersi, arresti, condanne sommarie e coprifuoco, la cittadina è travolta, e anche la stessa Lyuda, che non ha notizie della figlia diciottenne Svetka (Yulia Burova). Lyuda rimpiange Stalin – all’epoca c’era Nikita Krusciov – ma il regista precisa: “La

vita è ambivalente, le persone non sapevano di Stalin 50 anni fa, ma il personaggio di Lyuda è stalinista, come Togliatti o Gramsci, meglio, marxista”.
Sul corrente momento storico, aggiunge: “La storia si sviluppa per cicli, non è in costante miglioramento: le rivolte sociali stanno tornando di sicuro, il potere è sempre lo stesso, ha un solo obiettivo, preservare se stesso. Ma io non volevo fare film su rivolta sociale, ci ho pensato da dieci anni a questo film, volevo farlo non so perché”.
Se per la Vysotskaya “per un attore fare un film è un sogno, non una sfida”, per Konchalovsky “nella vita ogni lieto fine è un miracolo”.

Sulle modificazioni apportate dal Covid e dal conseguente lockdown all’arte, il regista si dice sicuro che “il cinema cambierà – è un’arte collettiva – non solo dietro alla macchina da presa, ma davanti allo schermo: temo finiremo a vedere i film a letto da soli, ma ancor più temo per il teatro, non si può fare teatro a casa”. Il lockdown, però, per Konchalovsky si è rivelato fertile: “Sto facendo un documentario sul lockdown alla russa, un panoply di differenti personaggi, divertente. I russi sono come i napoletani, famosi per non attenersi alle regole”.

Ma a spaventare il regista è la Rete: “La mente umana è distorta da Internet completamente: la Rete non è usato per educare, ma vendere. Oggi tutti sono stancati da qualcosa, tutto diventa banale, anche la verità. Il lockdown sarebbe utile se Internet non funzionasse: un lockdown con le candele, le persone dovrebbero tornare a scrivere, come Tolstoj, Stendhal, Cechov e Van Gogh nelle loro lettere. Oggi invece mandiamo SMS con scritto ‘mi sono tagliato i capelli, ciao’”.

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