I Robinù di Santoro

Alla Mostra di Venezia un documentario del giornalista sulla paranza dei bambini a Napoli: "Welfare e pil criminale"
I Robinù di Santoro

“Rispetto alla fiction, che è costretta a tipizzare i personaggi, qui esce fuori una dimensione sentimentale, più profonda. Questi baby boss sono killer spietati ma la cosa sorprendente è che la convivenza con la morte è associata ad una grande passione per la vita”. Michele Santoro presenta alla Mostra di Venezia Robinù. il suo primo documentario per il cinema, che arriverà nelle sale nella seconda metà di ottobre distribuito da Videa.

Il doc racconta la cosiddetta “paranza dei bambini”: la faida che a Napoli, negli ultimi due anni, ha visto bande di adolescenti combattersi a colpi di kalashnikov per il controllo del territorio e del mercato della droga, in una guerra che è arrivata a contare oltre 60 morti. “Siamo partiti da questa grande notizia dimenticata -spiega Santoro- approcciandola con curiosità ed attenzione e ci siamo trovati di fronte una lezione pasoliana. Una realtà in cui tra quartiere e carcere c’è una continuità quasi urbanistica. Abbiamo seguito le storie di quattro di questi baby boss, che oltre al cinismo resistituiscono uno spaccato di grande umanità: le famiglie, i figli, gli amici, il quartiere. Una sorta di welfare criminale, che si regge sul pil prodotto dalla grande ’fabbrica’ della droga. Ed è questo pil
che ci permette di non occuparci di loro. Di fare finta che non esistano”, sottolinea il giornalista-regista.

A chi gli chiede se non abbia paura che il suo documentario possa risultare assolutorio con questa ’umanizzazione’ dei giovanissimi boss, Santoro replica: “Raccontare questa realtà non vuol dire essere assolutori, vuole dire credere nella Costituzione di questo paese e sentire il rimorso per quello che dovremmo fare e non facciamo. Il carcere purtroppo non è un luogo di recupero ma parte della ’carriera’ degli aspiranti boss”, scandisce Santoro.

Le riprese sono durate un mese e mezzo ma il lavoro di sopralluogo e di conquista della fiducia delle famiglie che hanno reso possibile girare nei quartieri è durato ancora di più. Molte delle
riprese sono avvenute nelle carceri, con i permessi del Dap. “Abbiamo girato sia a Poggioreale, dove siamo stati nel braccio dei più giovani, dei ’novizi’, sia nel carcere minorile di Airola, proprio
quello dove pochi giorni fa c’è stata una rivolta -spiega la sceneggiatrice Maddalena Oliva- e questo non mi stupisce. Perché lì dentro si ricrea la struttura criminale di fuori, con la guerra tra
bande per l’affermazione. C’è una gestione sbagliata del tempo: non ci sono attività formative se non un corso di ceramica, i ragazzi si svegliano tardi e il carcere diventa un’estensione del quartiere, con i clan e tutto il resto”.

E d’altronde la concezione del mondo di questi bambini-soldato, che a 15 anni imparano a sparare, a 20 sono killer consumati e a 30 spesso non ci arrivano nemmeno, si basa su un assunto preciso: “Tu queste cose le devi fare ora. Perché così, se vai in galera per vent’anni, esci e hai tutta la vita davanti”, come dice uno dei protagonisti nel film. Il problema è che “questi ragazzi -spiega Santoro- non hanno una possibilità diversa”. E chi prova a fare altro, per esempio il pizzaiolo (come il fratello di uno dei più ammirati baby boss di questa generazione), viene rinnegato dalla famiglia ed è costretto a fuggire da Napoli e a trasferirsi a Parigi. Ma questa è un’eccezione.
La normalità sono invece le mamme che preparano i bambini per farli andare scuola ed hanno già pronte le dosi di cocaina da spacciare per il clan per 30 euro al giorno.

Santoro ha scelto insomma un racconto “crudo e integrale, coerente -dice- con quello che io e la mia squadra abbiamo sempre fatto”. Un tipo di racconto che, secondo il giornalista, “dovrebbe avere più spazio in tv, soprattutto sulla Rai: il servizio pubblico deve mettere il documentario al primo posto del contratto di servizio”, afferma. “L’attuale gruppo dirigente della Rai ha tutti gli strumenti per tornare ad essere presente su questo fronte in maniera forte”, dice il giornalista.

E un primo passo in questa direzione sarà proprio il ritorno sulla tv pubblica di Santoro. “Il 5 ottobre andrà in onda la prima di 6 prime serate che realizzeremo su Rai2: quattro avranno cadenza bimestrale e saranno ambientate ognuna in una città diversa. La prima sarà proprio da Napoli. Un racconto in diretta ma al centro ci sarà un reportage. Il titolo ancora non ve lo dico. Le restanti due
serate saranno collegate, in un formato sperimentale che si intitola ’M’, una citazione di Fritz Lang, che richiama la M di Mostro ma anche quella di Michele e che proporrà un linguaggio ’fusion’ tra talk, reportage, docufiction”, anticipa il giornalista.

Quanto al progetto di collaborazione con la striscia quotidiana che Bianca Berlinguer condurrà su Rai3, Santoro è cauto: “Con Bianca siamo amici da tantissimi anni e le ho dato solo una mano a mettere insieme il progetto dal punto di vista tecnico. Poi sceglierà lei come lo vorrà realizzare, anche perché la messa in onda quotidiana non è nelle mie corde in questo momento. Francamente ne farei volentieri a meno…”, confessa sorridendo. E il futuro di Robinù dopo l’uscita in sala? “A me piacerebbe che lo trasmettesse la Rai direttamente in prima serata. L’altra strada sarebbe la trafila normale: prima pay tv e poi tv free”, conclude.

Intanto alla proiezione ufficiale di Robinù questa sera potrebbe assistere anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, giunto al Lido per un altro documentario, Spes contra Spem, che parla delle condizioni carcerarie degli ergastolani.

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