I Lav You

Beati i festival, i film, i palmares su cui, ancora oggi, possiamo avere qualcosa da “eccepire”: note a margine su Venezia 73
I Lav You

“Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?” Sappiamo come finì. Eppure, ancora oggi, c’è chi se ne lava le mani o, meglio, suggerisce che bisognerebbe lavarsele: perché premiare un film se il popolo – si dà per assunto – ne vuole un altro?

Perché non soddisfarne le esigenze, esaudirne le aspettative, adeguando l’offerta alla domanda, il premio ai desiderata? Perché, in altre parole, non limitarsi a certificare lo status quo, preservando l’alveo del consumo globale omogeneizzato?

La Mostra di Venezia è l’unico tra i festival internazionali a fregiarsi del titolo “d’Arte Cinematografica”: non essendo solo onorifico, possiamo pretendere lo disattenda nel cartellone e nel palmares?

The Woman Who Left di Lav Diaz, Leone d’Oro della 73esima edizione, è il film che per poetica, stile e durata più se n’è andato dalle convenzioni, più ha mollato le convenienze, più ha inverato quel titolo: d’arte cinematografica.

E’ vero, di Palme, Leoni e Orsi in anni recenti non si tiene traccia, soprattutto al botteghino.

E’ vero, i Tim Burton (Cannes 2010, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul), gli Steven Spielberg (Cannes 2013, La vita di Adele di Abdel Kechiche), i Michael Mann (Venezia 2012, Pietà di Kim Ki-duk), i Darren Aronofsky (Venezia 2011, Faust di Alexander Sokurov) quando si ritrovano presidenti di giuria in Europa emendano in palmares le proprie concessioni al cinema mainstream, al sistema hollywoodiano, radicalizzando il verdetto, ovvero rivendicando – forse più per sé che per noi – l’art pour l’art.

E’ vero, l’approdo in sala, in programmazione ordinaria, di The Woman Who Left è arduo, ostico, perfino improbabile.

E’ vero, gli eventuali spettatori potrebbero esaudire il titolo, mollando – indistintamente, uomini e donne – la proiezione ben prima dei 226 minuti.

E’ vero, è tutto vero, ma bisogna intendersi: che cos’ è l’arte, che cos’è il cinema, che cosa sono i festival?

Ci aiuta, e come non potrebbe, Vasilij Kandinsky: “L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”.
La prima constatazione serva da esegesi di quei 226’ minuti additati nei titoli, nelle cronache, nelle critiche quale ostacolo insormontabile alla visione, la seconda illumini sull’eccezione culturale da cui un festival non può prescindere.

Eccezione è “allontanamento, notevole ed evidente, dalla regola comune” e, insieme, “riprensione, obiezione, difficoltà, riserva”. Eccezione, come eccezionale, viene dal latino excipĕre, ovvero “eccepire”.

Beati i festival, i film, i palmares su cui, ancora oggi, possiamo avere qualcosa da “eccepire”.

A proposito, nel fumus persecutionis calato sul palmares di Venezia 73 – o sulla Mostra tout court – si rischia di non ravvisare o ignorare il Leone d’Argento, ovvero il secondo premio del festival, a Nocturnal Animals di Tom Ford; l’alloro per la sceneggiatura a Jackie di Pablo Larrain; il Premio speciale della Giuria The Bad Batch di Ana Lily Amirpour; la Coppa Volpi per la migliore attrice a Emma di La La Land.

Quattro americani a segno, quattro americani a premio: la Mostra ha salvato pure Barabba?

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