Gli orrori di Srebrenica

"Rendo omaggio al poliziotto che con il suo impegno ha portato alla luce una verità altrimenti sepolta", dice Giacomo Battiato. In Concorso con Resolution 819
29 Ottobre 2008
Gli orrori di Srebrenica
Il registaGiacomo Battiato@ Pietro Coccia

(Cinematografo.it/Adnkronos) – L’orrore del massacro di Srebrenica e l’impegno del superpoliziotto francese che raccogliendo le prove del genocidio per sei lunghi anni ha permesso di istruire il processo che oggi vede imputati Karadzic e Mladic è al centro di uno dei film più forti del Festival di Roma, Resolution 819 di Giacomo Battiato, coproduzione italo-polacco-francese, che vanta musiche originali di Ennio Morricone (“mi ha convinto subito l’impegno civile di questa pellicola bellissima”, dice il maestro) e che passa in concorso oggi all’Auditorium.
Il film è dedicato alle “ossa urlanti” degli 8000 bosniaci musulmani giustiziati in quattro giorni nel luglio 1995 dalle milizie serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic. La Risoluzione delle Nazioni Unite che dà il titolo al film è quella adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per accertare e condannare i crimini contro l’umanità perpetrati durante la guerra nei Balcani all’indomani dell’indipendenza della Bosnia Herzegovina. Con questa missione fu inviato dalla Corte di Giustizia de L’Aja a Srebrenica un poliziotto francese, che nel film ha il volto di Benoit Magimel. Toccò a quel poliziotto la straziante ricerca tra i resti dei corpi martoriati (e violati due volte perché furono spostati con delle ruspe dai “boia” nel tentativo di non farli ritrovare tutti insieme nelle enormi fosse comuni) per poter incrociare le armi che spararono con i cadaveri e poter dare il via ad un processo.
Una ricerca tra ossa, vestiti, oggetti personali, per individuare qualunque indizio utile all’identificazione (4000 degli 8000 massacrati sono ancora senza identità certa) e una raffica di sequenze raccapriccianti che portano lo spettatore a seguire il viaggio all’inferno di quel poliziotto: “Nel film ho cercato di incentrare tutto sull’odore – dice Giacomo Battiato – quell’odore di cui mi parlavano tutti i testimoni: ti fai mille docce, ti metti i profumi, ma quella puzza ti resta impressa nel cervello, e non va via”.
A chi gli chiede se la vicenda non gli avesse suggerito più un documentario che un film di finzione, il regista risponde: “Il documentario parla alla testa, alla parte razionale dell’uomo. Il film vuole suscitare delle emozioni”. Dietro al film, spiega Battiato, “c’è più una tensione morale che storico-politica: è una sorta di omaggio a quest’uomo che con il suo impegno in prima persona ha portato alla luce una verità che avremmo ignorato e di cui non si sarebbero mai individuati i colpevoli”.

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