Fuga dal precariato

"Dopo aver previsto il terremoto, ora Giuliani lavora al call center", accusa il regista Federico Rizzo
15 Aprile 2009
Fuga dal precariato

“La mia vita è appesa a un filo, ma non sono una malata terminale. Sono al guinzaglio diuna cuffia telefonica e sto per compiere il terzo compleanno da operatrice di call center. Che cosa devo espiare?”.
Così parlò il precario, uno dei tanti intervistati dal regista brindisino e milanese d’adozione Federico Rizzo per Fuga Dal Call Center (FDCC), progetto indie meneghino prodotto da Cooperativa Gagarin (già artefice del successo Fame chimica) e Ardaco, che arriva in sala il 17 aprile (si parte con Roma Torino, poi nel weekend successivo Milano e Bari, etc.).
“Il titolo rimanda volutamente a Fuga da Alcatraz perché il call center è la prigione simbolo del precariato, e ora la crisi fornisce il pretesto per trattar ancora peggio i precari”, affonda Rizzo, che non risparmia un’amara considerazione: “Giampaolo Giuliani, il tecnico che aveva previsto il terremoto in Abruzzo, ora lavora in un call-center: FDCC preannunciava appunto quel che succede a non dar voce alle competenze”.
Sono Angelo Pisani, comico del duo Pali e dispari, e Isabella Tabarini a portare sullo schermo questa precarietà che non conosce confini: coppia da 1.250 euro al mese, che si barcamena tra call-center, più o meno erotici, doppio lavoro, nonni che si fanno le canne, pulizie a casa dei filippini e occasionali furti al supermarket di test di gravidanza.
Fin qui tutto bene, anzi no: la paranoia la fa da padrone, soprattutto quando – recita l’azzeccatissimo claim – “cade la linea tra precariato e sentimenti”.
Allora Fuga, e fuga sia, per una docu-fiction che forse non dribbla i tic e i vezzi dell’indie low-budget e sconta le esibite buone intenzioni, ma sa farsi piccola piccola per mettere il dito nelle piaghe sociali che il Cinema Italiano, quello con le maiuscole dei soliti noti, troppo spesso e colpevolmente ignora. Certo, forse arriva tardi o almeno dopo l’analoga esplorazione dell’universo call center di Paolo Virzì con l’acclamato “Tutta la vita davanti”, ma nel frattempo la precarietà non ha accusato colpi, anzi.
Non solo, il registro scelto da FDCC vira decisamente verso il grottesco, perché se la realtà fa schifo per riderci sopra – a denti stretti – bisogna deformare le ottiche e cercare un (im)possibile paradiso artificiale: non con le canne, che se le fumano i nonni, bensì nella lotta dell’immaginazione.
Il risultato? Una romantica black comedy per una generazione di eroi che, purtroppo, ha tutti i numeri per esserlo: sono 250.000 oggi i lavoratori di call center in Italia, di cui 110.000 interni, 80.000 in outsourcing e 60.000 collaboratori esterni (Fonte Camera del Lavoro Assocontact). Quanti riusciranno a darsi alla Fuga?

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