Fratello d’Italia

"Rifletto la spaccatura del nostro Paese", dice il regista Daniele Luchetti. Che ci porta negli anni '60-'70 con Germano e Scamarcio
13 Aprile 2007
Fratello d’Italia

“I miei due fratelli riflettono la spaccatura da sempre presente in Italia: destra e sinistra, nord e sud…”. Così Daniele Luchetti, regista di Mio fratello è figlio unico tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi.  In predicato per il festival di Cannes (per Luchetti sarebbe la terza volta sulla Croisette), il film, che uscirà il 20 aprile in 400 copie distribuito da Warner Bros., è stato tenuto a battesimo dall’iPod: “Si trattava di trovare un titolo spiazzante: durante una riunione di produzione, giocherellavo con l’mp3, ho ascoltato la canzone omonima di Rino Gaetano, ed ecco il titolo. Solo dopo ho scoperto che stava anche in Lavorare con lentezza, ma non ho voluto vedere il film per non esserne influenzato”.

Protagonisti sono due fratelli nell’Italia a cavallo tra anni ’60 e ’70: due figli unici?
Accio si sente solo per esclusione: è la pecora nera della famiglia ed è fascista; il comunista Manrico è il prediletto dei genitori, e della Storia. Ma anche lui è figlio unico.

Solo una contrapposizione fraterna?
I due fratelli riflettono le anime diverse del Paese: da una parte, legato alla tradizione e all’onore prebellici; dall’altra, desideroso di cambiamento e valori nuovi. Una spaccatura che ci sarà sempre in Italia, tra nord e sud, destra e sinistra…

Ma il film non sceglie
Mi hanno aiutato molto le parole di Checov: “Un’artista non deve mai prendere posizione politica”. Mio fratello è figlio unico non parla di politica, ma di persone che fanno politica.

Qual è l’ottica?
E’ l’unità di fratellanza emotiva a prevalere: si tratta di una scissione voluta dalla storia, non dai sentimenti. In altre opere, il fascista è un mostro, mentre il compagno ha sempre ragione, qui vorrei che non fosse così.

Stilisticamente come la rifletti?
Ho girato – cosa per me nuova – cercando un’impressione di freschezza, verità e spontaneità. A Elio Germano (Accio), Riccardo Scamarcio (Manrico) e gli altri ho chiesto di evitare vezzi e stereotipi recitativi, bensì di ricorrere alle loro esperienze emotive.  Ho eliminato gli attriti del set, non gli ho mai detto dove fosse la macchina da presa. E all’operatore dicevo: ora succederà qualcosa davanti a te, riprendila come fosse un documentario. Spero che lo spettatore si senta di fronte a eventi emotivamente autentici, e che lo stile passi in secondo piano.

Come ti sei preparato?
Con documentari e fotografie d’epoca, ma poi ho capito che rischiavo di illustrare qualcos’altro. Ho chiesto a scenografi e costumisti di mantenere unicamente oggetti e pettinature che fossero credibili anche oggi: solo dei segnali, vorrei che il film sembrasse contemporaneo.

E il lavoro con gli attori?
La sceneggiatura scritta con Rulli e Petraglia mi lasciava ampi margini di improvvisazione: ho accolto molte suggestioni dagli attori. Diciamo che li ho lasciati liberi di fare quello che volevo.

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