Emozione King Kong

Il remake di Jackson convince. Grazie al suo straordinario protagonista: gorilla umano, troppo umano
13 Dicembre 2005
Emozione King Kong
King Kong

Chi ha dimenticato l’enorme gorilla nero che ghermiva Fay Wray sulla cima dell’Empire State Building? Il remake firmato dal Signore degli Anelli Peter Jackson si rifà proprio al classico di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack del 1933. Non è un segreto che quel primo King Kong sia da sempre il film preferito di Jackson: “Nessuna pellicola è mai riuscita a catturare di più la mia attenzione. Fu proprio quel film a farmi venire in testa l’idea di fare il regista. Non manca proprio nulla: c’è avventura, azione, sentimento e io sono onorato di fare parte di quella che considero la sua eredità.” Un’eredità che Jackson non ha stravolto. La storia – originariamente scritta da Merian C. Cooper e Edgar Wallace – è ambientata nella New York della Depressione, dove l’attrice di vaudeville Ann Darrow – interpretata da Naomi Watts – rimane disoccupata e fa la fame. In suo soccorso arriva il regista Carl Denham (Jack Black), un Orson Welles con altrettanta foga ma decisamente minor talento, che la convince a unirsi al suo sconclusionato progetto cinematografico, destinazione la sconosciuta Skull Island. Sulla nave Venture sale anche il drammaturgo Jack Driscoll (Adrien Brody), forzatamente prestato al cinema grazie all’inganno di Denham. Sbarcati sull’isola dopo un attracco di fortuna, la spedizione viene aggredita da una tribù di selvaggi. Ann, Jack e Carl vengono salvati in extremis dall’intervento del Capitano Englehorn (Thomas Kretschmann) e degli altri componenti della ciurma, tra cui il giovane Jimmy (Jamie Bell) e il cuoco Lumpy (Andy Serkis, già Gollum nel Signore degli Anelli ed ora anima e corpo del gorillone grazie alla motion capture). I nostri hanno la meglio, ma un indigeno riesce a rapire Ann dalla Venture: la bella verrà offerta in sacrificio rituale alla bestia. E’ dopo 75′ circa, dei 187 minuti complessivi del film, che King Kong fa finalmente la sua comparsa: il gorillone sbuca dalla giungla per ghermire Ann e portarla via con sé. Jack, innamorato di Ann, guida la pattuglia che si mette sulle tracce della giovane attrice. Nel frattempo, la donna ha timidamente “fraternizzato” con il signore della giungla: una sua improvvisata esibizione ginnico-artistica strappa risate al gorillone, ma questo primo approccio si conclude malamente, e la bestia si allontana lasciando la donna sola nei meandri della foresta. Contemporaneamente Jack e compagni devono fronteggiare l’improvvisa e inarrestabile carica di alcuni giganteschi dinosauri. Anche Ann si imbatte nei mastodontici rettili, anzi nel più temibile di questi, il Tyrannosaurus Rex. Quando tutto sembra perduto in sua difesa piomba King Kong, che faticosamente riesce ad avere la meglio dei dinosauri. Dopo altre peripezie, mentre Ann sta dormendo dolcemente nel palmo del gorilla, compare Jack, intenzionato a riportare la donna sulla nave e a far ritorno a New York. Pur restia la Darrow accetta di seguirlo, ma la Venture trasporterà negli States anche King Kong, ferito e sedato con dosi industriali di cloroformio affinché nelle mani ambiziose di Denham possa trasformarsi in fenomeno da baraccone. Le cose vanno effettivamente così: il gorilla viene presentato al pubblico newyorkese quale “Ottava meraviglia del mondo”. Ancora una volta gli viene offerta una ragazza in “sacrificio”: il cartellone riporta il nome di Ann Driscoll, ma in realtà si tratta di una sosia. La vera Ann infatti si è rifiutata di prendere parte alla crudele messinscena allestita da Denham e ha preferito fare l’anonima ballerina di fila in un musical. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Jack, che è finalmente pronto a dichiarare alla donna il suo amore. Ma la serata di gala di Denham ha un drammatico fuori programma: King Kong riesce a liberarsi dallle catene e si lancia furioso per le vie della città travolgendo tutto ciò che ostacola la ricerca della sua amata. Viceversa, è Ann a incontrarlo: i due fuggono dal trambusto e si rifugiano in un parco. Scivolano dolcemente su un laghetto ghiacciato, in una sequenza di struggente tenerezza. Ma dura poco: l’esercito mitraglia la strana coppia. King Kong nel tentativo di sottrarsi ai proiettili si arrampica sull’Empire State Building, ma la sua fine è ineluttabilmente segnata. I biplani dell’originale King Kong ricompaiono: a colori, ma con l’identica, devastante potenza di fuoco. Le armi dell’uomo possono colpire anche dal cielo: questo il gorilla non lo sa. King Kong resiste, riesce anche ad abbattere tre aerei, ma infine soccombe, dopo aver protetto fino all’ultimo la sua Ann. La donna è raggiunta sulla cima del grattacielo da Jack, mentre il corpo esanime di King Kong è preda dell’interesse morboso della folla. “E’ stata una donna, non gli aerei a uccidere il gorilla” sentenzia Denham. Ma è proprio questa disperata, sofferta verità l’emozione principe del film. Un King Kong che tarda a decollare – la prima parte è quasi parentetica -, che ha negli attori in carne ed ossa degli interpreti solo discreti, ma che nel gorilla gigante realizzato dalla Weta Digital ha un protagonista commovente, capace di affascinare con il solo pelo lucente e setoso mosso dal vento, con le cicatrici che man mano ne solcano il petto e il destino già segnato, ma contro cui combatte. Fino alla fine. Per amore. Un gorilla umano, troppo umano. Per Jackson – che cullava il progetto fin da ragazzo – una sfida complessivamente vinta con un film poderoso, che paga alcune secche di sceneggiatura, ma che sa offrire scene mozzafiato, come la carica dei dinosauri, lo scontro tra il gorilla e i t-rex e quella – già ricordata – sul laghetto ghiacciato. E poi l’epilogo: King Kong morente sull’Empire molla la presa e cade nel vuoto. E qualcosa precipita anche nello spettatore.

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