Cui Prodest?

I titoli in lizza confermano il trend degli ultimi anni: l' Academy si è "festivalizzata" privilegiando film piccoli, indipendenti, d’autore. Ma il pubblico?
17 Febbraio 2015
Festival, In evidenza, Premi
Cui Prodest?

L’edizione spartiacque è l’82esima. The Hurt Locker ottiene l’Oscar contro il favoritissimo Avatar. Un film indipendente, a basso costo e sconosciuto al grande pubblico, aveva avuto la meglio su un colosso hollywoodiano. Scrissero i giornali: Davide sbaraglia Golia, rivoluzione copernicana all’Academy. Ma i giornali sbagliavano: la rivoluzione era iniziata prima. Considerando i soli incassi americani – quelli che contano Oltreoceano – l’ultimo blockbuster a portare a casa l’ambita statuetta è del 2004, Il signore degli anelli – il ritorno del re (378 milioni di dollari guadagnati negli States).
Da allora, nessuno dei vincitori è stato anche campione d’incassi. The Hurt Locker (17 milioni $ in America a fronte dei 15 di budget) è certo il caso più eclatante, ma da almeno un decennio un premio Oscar non supera i 150 milioni di dollari al botteghino USA, soglia che normalmente separa i film di cassetta da tutti gli altri. Il maggior incasso delle ultime edizioni è stato The Millionaire di Danny Boyle (141 mil $). Nel decennio precedente il rapporto era di sei su dieci, con Oscar assegnati ai vari Forrest Gump (330 mil $), Titanic (600 mil $) e Il gladiatore (187 mil $). Sono calati simultaneamente i budget di spesa tra i candidati. Quest’anno media intorno ai 20 milioni $, con Boyhood che ne ha spesi solo quattro. Nonostante il recupero di Birdman (che è bancato meno di tutti dai bookmakers) e gli ultimi rumors attorno ad American Sniper (qualcuno ha messo in relazione la crescita in Borsa del titolo Time Warner con la possibile vittoria del “cecchino” di Eastwood), il film di Linklater resta il favorito del 2015. Da un lato sta ripetendo il trionfale cammino di 12 anni schiavo (vittoria ai BAFTA, ai Golden Globe, ai Critics’ Choices Awards), dall’altra è il titolo su cui si registra la massima convergenza critica: Metacritic, aggregatore delle recensioni americane, gli assegna una media-voto di 100. Solo dieci film della storia del cinema hanno ottenuto questo punteggio e tra questi non figurano né Quarto Potere né La donna che visse due volte.

Negli ultimi anni l’Academy ne ha quasi sempre tenuto conto: l’anno scorso 12 anni schiavo registrava 97 di metascore contro il 90 del suo principale avversario, American Hustle. Un’autorevole testata americana (Deadline) ha evidenziato come gli Oscar somiglino sempre più agli Spirit Award, i premi del cinema indie. Assistiamo a una forte “festivalizzazione” dell’Academy: i principali candidati delle recenti edizioni provengono da kermesse europee: l’anno scorso Venezia era stata la vetrina di Gravity, quest’anno il Lido ha lanciato Birdman, mentre da Berlino arrivano Boyhood (Orso d’argento) e Grand Budapest Hotel. La svolta impressa dall’Academy rischia di snaturare gli Oscar, trasformandoli in una mega-gara tra film da festival.
D’altra parte, gli ascolti in picchiata della diretta tv confermano la crescente disaffezione del pubblico. Un tempo la cerimonia era seguitissima perché rappresentava una sfarzosa ed elettrizzante koinè democratica, un happening della grandeur americana cui erano chiamati a partecipare tutti: l’industria, i divi e il pubblico. Un tempo film comeForrest Gump erano i più visti della stagione. Quest’anno nessuno dei primi 50 incassi americani del 2014 è tra i candidati. Il più ricco, Grand Budapest Hotel, occupa il 53° posto della chart annuale (59 mil $ in 25 settimane). Sono pochi gli americani a conoscere le opere in lizza. Se c’era una strategia di sdoganamento del film d’autore presso il grande pubblico, questa strategia ha fallito. Insieme è svanito l’effetto moltiplicatore degli Oscar sugli incassi. A forza d’inseguire un’improbabile dimensione cinephile, l’Academy si è chiusa in un eremo. Come il festival dei festival.
L’analisi può essere letta alla rovescia, con il progressivo deteriorarsi del gusto: cinecomic e commedie demenziali sono i prodotti a più alto gradimento. Colpa anche delle major, sempre più orientate verso una polarizzazione del prodotto. Una strategia che ha finito per sacrificare il classico film medio, gradito al pubblico e non alieno alla qualità.
Oggi esiste invece un cinema che viene celebrato e un altro che gli spettatori vanno a vedere. E nulla di tutto questo somiglia nemmeno lontanamente a una buona notizia.

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