Cent’anni di Franca Valeri

Nel giorno del suo compleanno, ripubblichiamo stralci di una strepitosa intervista del 1965: "Dietro il paravento del 'pubblico che chiede' c'è l'incapacità a pensare e a volere buoni film"
Cent’anni di Franca Valeri
Franca Valeri in Parigi o cara

Nel numero di luglio 1965 della Rivista del Cinematografo, il critico Angelo L. Lucano montò una serie di interviste ad attori, registi e sceneggiatori in un’inchiesta che rispondeva a una domanda sottilmente polemica: “Perché in Italia questo cinema comico?”.

Tra le testimonianze raccolte, il gotha della comicità italiana: Totò, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Memmo Carotenuto. E poi Age e Scarpelli, Dino Risi, Steno, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Marino Girolami. Due le donne coinvolte: una è Lina Wertmuller, all’epoca con due film all’attivo; l’altra è Franca Valeri, la nostra più grande commediante.

Nel giorno dei suoi splendidi cento anni, vogliamo omaggiarla estrapolando le sue risposte. Come sempre, ne viene fuori il profilo di un’artista fuori dal comune, un’intellettuale raffinata, una figura rivoluzionaria della cultura italiana.

 

È soddisfatta della sua professione?

Io non ho ricevuto soddisfazioni dal cinema, perché ho sempre dovuto fare i personaggi molto costretti da certe esigenze, personaggi di un tipo di platealità che non mi soddisfa per niente. Il cinema è estremamente legato ad un fatto visivo, perciò è probabile – come sostengono registi e sceneggiatori – non possa fare determinate parti, diversamente consentitemi in teatro, ove tutto è più di parola. Avrei voluto dare al cinema qualcosa in più, ma non mi è stato consentito.

E per tale motivo ha qualche risentimento?

Non ne ho, perché il film ha le sue esigenze. Io ho fatto quel che ha potuto servire a chi mi ha scritturata.

E se le sceneggiature venissero scritte in funzione degli attori?

Certo: il carattere comico, è legato a qualcosa di imponderabile che scaturisce da una personalità, è difficile che sussista.

E così?

Ribadisco che per fare un film comico non è necessaria la presenza dell’attore comico. Allora però non ci dovrebbe essere neppure la presenza del fatterello di costume, ed esserci, invece, una sceneggiatura di estrema intelligenza che curi la situazione, sia pure in modo eccessivo, com’è stato per Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo

Ma l’esempio è di un genere di film che trasborda da tutte le parti!

Sì, però quando c’è come nel caso specifico una coralità umoristica allora il film riesce interessante. Altrimenti ci vuole l’attore comico come fatto geniale.

A me pare che non sia facile però realizzare una delle due caratteristiche ora dette.

Infatti, io raramente vado al cinema. Rido quando c’è la presenza di qualcosa di ponderabile e che quasi sempre è legato ad una personalità.

Allora ripeto la domanda se la sceneggiatura debba o no essere scritta in funzione dell’attore.

Quando questi c ‘è, sì.

E se c’è, ha diritto di apportare delle modifiche alla sceneggiatura?

Penso che in Italia tali problemi non si pongano per un comico perché le sceneggiature sono piuttosto grossolane. Quando c’è una personalità come quella di Totò o di Sordi, si tende a lasciarli andare a ruota libera facendo rifare loro gli schemi di successo.

Notiamo però che su duecento film l’anno, i film comici dignitosi sono pochissimi, forse uno per anno.

Secondo me c’è una strana posizione qui in Italia, nei confronti del film comico, posizione in cui si trovano i registi e tutti gli altri: ed è quella della “malafede”· Il cinema comico viene istintivamente considerato come prodotto scadente e quindi non degno di considerazione. Oltre alla malafede, esiste pure una certa incapacità che è superiore alle forze di chi concepisce un film comico. In Italia esso è stato sempre fatto con l’idea di imbroglia re qualcuno, soprattutto il pubblico. Dietro il paravento del “pubblico che chiede” c’è l’incapacità a pensare e a volere buoni film.

Senz’altro vero, questo. Però anche se la produzione comica fosse qualitativamente eguale a quella drammatica, il mercato internazionale si mostrerebbe disponibile come avviene per il secondo genere.

Eh! Il fatto è che se i produttori e i registi vogliono essere “impegnati”, non pensano mai al film comico qui in Italia.

Dobbiamo giustificare il carattere “regionale” della nostra comicità?

C’è un’eccezione, forse per il tipo di dialettalità plateale. I film di Totò, collocandosi su un piano di comicità avanzata, surreale, si pongono al di sopra della regionalità. Adesso, invece, esiste un tipo di film molto detestabile, perché c’è in esso la volontà del personaggio grosso, che tenta di essere intelligente e che non lo è. E questa è la cosa peggiore.

Allora lei non è del parere che la satira di costume sia una delle soluzioni felici del nostro cinema.

Dico subito che la satira di costume non è necessariamente comica. E comunque è un fenomeno di umorismo che necessita di un’assoluta finezza. Mentre la voga di un costume a tutti i costi è veramente la morte della comicità, è portare il pubblico verso il compiacimento della propria intelligenza che è pur sempre limitata.

In conclusione, allora ciò incide pure negativamente sulla educazione del gusto del pubblico.

Certo. Tanto più che si pensa sempre ad un pubblico culturalmente inferiore. Proponiamo qualcosa di intelligente, ed esso lo capirà.

Resta ancora da educare il gusto del pubblico?

Ma senz’altro!

Può condividere con me la speranza di vedere in Italia un cinema comico meno volgare?

Io veramente darei colpa a chi la impone (non escluso la censura che appone il “visto”), anche se uno strato del pubblico, venendo sollecitato dalla volgarità, si diverte.

Franca Valeri @ Associazione Amici di Piero Chiara

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