Capire le migrazioni

L'antropologo Pietro Cingolani, curatore di Crocevia di Sguardi (Torino, dal 13 ottobre): "Assistiamo a una regressione delle capacità analitiche e al prevalere di fobie irrazionali"
Capire le migrazioni

Crocevia di Sguardi dal 13 ottobre a Torino celebra la sedicesima edizione con la consueta vocazione in esergo: “documentari per capire le migrazioni”. Pietro Cingolani, antropologo, ne è il curatore con Francesco Giai Via.

Cingolani, in questi sedici anni che cosa avete capito delle migrazioni?

Abbiamo capito che il nostro progetto culturale è quanto mai attuale e necessario.  Quando nel lontano 2006 come FIERI lanciammo l’idea di coniugare divulgazione scientifica sui temi delle migrazioni alla  valorizzazione del linguaggio documentaristico, ci chiedevamo quanto tale idea sarebbe sopravvissuta alla prova del tempo. Eppure, come l’immaturità del dibattito politico su questi temi dimostra, gli anni sono passati, sono cambiati gli scenari e le dinamiche sociali, ma la competenza delle persone su questi fenomeni vitali rimane tuttora molto bassa. Anzi, per certi aspetti si sta assistendo a una regressione delle capacità analitiche e al prevalere di fobie irrazionali. Guardare il mondo attraverso le lenti del cinema (documentario) aiuta a capire sé stessi e gli altri con rinnovata sensibilità.

 

La pandemia ha imposto un cambio di registro: che edizione sarà?

Sicuramente sarà un’edizione che conferma la tradizionale qualità artistica e rigore scientifico, ma allo stesso tempo sarà sperimentale nella sua organizzazione. Quando nella primavera del 2020, in piena pandemia, ci siamo ritrovati a dover programmare questa nuova edizione le paure e i dubbi erano tanti. Abbiamo deciso di rendere accessibili tutti i documentari sulla piattaforma Festivalscope e di organizzare i dibattiti in streaming sulla pagina FACEBOOK della manifestazione e sul canale YouTube di FIERI.  Senza tuttavia rinunciare a una serie di eventi anche in presenza, per mantenere il contatto fisico con il nostro pubblico, per noi così importante. Il nuovo registro ha comportato alcuni cambiamenti, ma allo stesso tempo ci ha permesso di deterritorializzare la rassegna, rendendola fruibile da tutti gli angoli del mondo. Questo, tra l’altro, è in sintonia con un progetto che avevamo nel cassetto da diversi anni, quello di creare un portale con finalità educative dedicato alla promozione del cinema del reale e legato ai temi delle migrazioni e del mutamento culturale. Questa edizione potrebbe rappresentare il primo passo in questa direzione.

Pietro Cingolani

Come il Covid-19 si riverbera sul tema fondante della vostra rassegna, le migrazioni appunto?

La mobilità umana è stata pesantemente colpita dalla pandemia. Abbiamo visto profondi cambiamenti, in senso restrittivo, per quanto riguarda la mobilità intraeuropea, quella che teoricamente avrebbe dovuto scontare il minor prezzo; le migrazioni su scala intercontinentale sono state ancora più colpite. Non solo perché sono state inasprite le misure di contenimento e di controllo, ma anche perché la pandemia ha influito pesantemente sulle cause alla base delle migrazioni, ovvero ha deteriorato le condizioni sociali ed economiche nei paesi di partenza. La novità rispetto al passato è che per la prima volta anche chi vive nei paesi di immigrazione ha sperimentato cosa significhi la drammatica limitazione della libertà di movimento. Questa comune condizione, direi “universale”, nel migliore dei casi potrebbe innescare processi di riconoscimento e di empatia propedeutici a un cambiamento dei paradigmi politici. O, nel peggiore dei casi, creare nuove fratture…

 

Si è fatto sorprendere il cinema del reale dalla pandemia o si è fatto trovare pronto, qual è lo stato dell’arte?

Fermo restando che la divisione ontologica tra cinema del reale e cinema di fiction rimane discutibile, credo che il cinema documentario abbia saputo rispondere alla pandemia e ai suoi effetti sociali più prontamente di quanto non abbia fatto il cinema di finzione. Forse perché la realtà ha superato l’immaginazione, offrendo una sconfinata quantità di storie e soggetti fuori dalle finestre delle nostre case e in diversi angoli del mondo. Forse anche per ragioni produttive, essendo un cinema generalmente a budget più ridotto e con un’organizzazione meno complessa alle spalle, più facilmente realizzabile anche in condizioni estreme come quelle di un lockdown totale o parziale. Sicuramente, dal punto di vista distributivo, la pandemia ha aiutato il mercato del cinema documentario e ha visto il proliferare di offerte online di altissima qualità.

 

C’è un Leitmotiv che percorre gli otto documentari in cartellone?

La pandemia è l’ultima di una serie di eventi che hanno impattato sulle condizioni dei migranti: dalle modifiche legislative fortemente restrittive degli ultimi anni, alle campagne politiche contro gli operatori dell’accoglienza, al diffondersi di un clima di sospetto verso il diverso che non di rado ha portato ad atti di vero e proprio razzismo. Ma, allo stesso tempo, vi è stata, in diverse parti d’Italia ma anche d’Europa, la risposta di comunità locali aperte dove una memoria condivisa di mobilità, di contaminazioni e di legami transculturali ha prodotto nuove risposte a questo presente incerto e fragile. Il leitmotiv che percorre tutta la rassegna lo si trova nella risposta ad una domanda fondamentale: cosa significa fare comunità oggi? Il fare comunità viene affrontato negli otto documentari e viene discusso in relazione a diversi aspetti, come i cambiamenti dei ruoli di genere, i discorsi sulla razza e le forme di mobilità e di immobilità forzata.

Su cosa verterà il workshop con Enrico Masi?

Enrico Masi è un regista che da sempre ha incrociato competenze e linguaggi diversi: scienziato sociale, musicista, filmaker. La sua biografia risponde molto a quello che è lo spirito interdisciplinare di Crocevia. Con il suo Shelter – Farewell to Eden si compie un percorso pluriennale nel quale Enrico ha indagato i processi di mutazione dei contesti metropolitani, utilizzando il documentario di creazione, la fotografia e il suono come strumenti espressivi. Nel workshop ci guiderà alla scoperta del suo cinema e del suo personale approccio alla narrazione dei fenomeni migratori.

Da antropologo che cosa l’ha colpita di più del lockdown?

E’ ancora presto per maturare delle riflessioni definitive su un fenomeno nel quale siamo immersi e che credo ci riserverà nuove sorprese nell’immediato futuro. Ritengo che tuttavia la pandemia abbia inciso su alcuni elementi costitutivi del nostro essere uomini e donne contemporanee. Ha inciso sul piano individuale ma, ancora più importante in prospettiva antropologica, sul piano collettivo. Come dicevo prima il lockdown, nel rinchiuderci all’interno degli spazi domestici, ci ha paradossalmente avvicinato, facendoci capire di condividere tutti basi biologiche e culturali comuni. Ci ha fatto capire che o ci si salva tutti, o non si salva nessuno.

C’è un titolo che consiglia in modo particolare?

Due titoli. Quello di apertura, The Forbidden Strings e quello di chiusura Gods of Molenbeek. Entrambi questi lavori, di straordinaria forza visiva, attraverso le storie personali di giovani e di bambini, ci fanno riflettere sulle capacità che l’essere umano abbia non solo di adattarsi, ma anche di migliorare il mondo nel quale vive. Dai giovani immigrati afghani di seconda generazione, che cercano di costruirsi un futuro attraverso la musica rock, ai bambini di fedi differenti che crescono in un quartiere multietnico nel cuore dell’Europa. Di fronte alle minacce più destabilizzanti, quali possa essere un virus sconosciuto, ma anche la violenza del terrorismo o il dolore della guerra, le persone hanno la capacità di creare nuove forme comunità, mostrando quelli che l’antropologia ha definito cantieri di umanità sempre aperti.

Il cinema ha subito, soprattutto nell’esercizio, un durissimo colpo dal lockdown: la ripartenza è nei fatti una chimera per la procrastinazione dei titoli più attesi, realtà quali Crocevia di Sguardi possono contribuire al rilancio?

Sicuramente Crocevia aiuta ad aumentare la visibilità di prodotti cinematografici che hanno sofferto molto a causa del lockdown. Si tratta di titoli internazionali di altissimo livello che difficilmente sarebbero stati distribuiti in Italia in condizioni normali e che ancora di più hanno avuto una vita difficile a causa della pandemia. L’offerta gratuita, ad un pubblico così ampio, e il successo che ci attendiamo riscuota, speriamo incentivi i distributori a portare sempre di più il cinema documentario, non solo online, ma soprattutto nelle sale.

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