Big Toni

In Una vita tranquilla di Cupellini, Servillo si conferma l'attore più grande dei nostri tempi. “Il rapporto col regista – racconta – è fondamentale”
1 Novembre 2010
Big Toni
Toni Servillo in Una vita tranquilla

Nonostante sia al tempo stesso regista e affabulatore sul palcoscenico da decenni, a Toni Servillo piace lavorare con gli esordienti. O quasi, come nel caso di Claudio Cupellini, in Concorso al Festival di Roma e nelle sale dal 5 novembre, dove è un ex camorrista che si è creato una nuova identità: Una vita tranquilla, appunto.
Rosario di Una vita tranquilla è un mafioso come il protagonista delle Conseguenze dell’amore. Le similitudini finiscono qui?
Una vita tranquilla ha al centro la relazione padre-figlio. Ciò che rende affascinante questo personaggio ai miei occhi è che vive nel costante terrore di essere scoperto, non solo dalla giustizia: ha paura che torni a galla il suo passato. Perciò si nasconde in un paesino anonimo, silenzioso, con le case uguali, sprofondate in mezzo alla foresta intorno a Francoforte. Anche le lingue che Rosario usa nel film, napoletano, italiano, tedesco, sono a loro volta i luoghi in cui si nasconde, in cui scivola da un’identità all’altra, dal criminale al padre al marito dalla famiglia felice. Le conseguenze dell’amore ha alle spalle una storia diversa.
I personaggi però si assomigliano un po’.
Quello che forse li unisce è che vivono una situazione di solitudine, un momento in cui devono fare uno scatto in avanti per riscattarsi o cambiare la propria esistenza. Nel film di Cupellini mi ha attirato la doppia personalità del protagonista. Conosciamo un uomo simpatico, che possiede un buon ristorante, ha una bella famiglia, è quasi giocoso con i dipendenti e il figlio. Poi man mano che riaffora il passato vediamo che quell’uomo pingue, nella sua casacca di cuoco, torna ad essere il criminale spietato che era stato 15 anni prima.
Rosario parla tedesco. Anche tu?
L’ho studiato apposta per il film. Mi è sembrato un punto di forza della sceneggiatura, che ho trovato straordinaria. Con una storia ben raccontata, dialoghi e personaggi altrettanto belli.
Ti sei ispirato a qualcuno realmente esistito?
No. Ho immaginato e raccolto racconti di chi emigra all’estero, si crea un’altra vita. E impara un’altra lingua, quel tedesco approssimativo che fa sorridere i tedeschi.
Ma un attore-autore come Servillo si lascia dirigere?
Assolutamente sì. La dimostrazione è che non sono mai passato dietro la macchina da presa. Mi affido moltissimo al lavoro del regista, so apprezzarne le qualità, anzi chiedo di essere diretto. Voglio anche il confronto ed è la ragione per cui cerco sempre di lavorare con persone con cui condivido orizzonti umani e un profilo artistico e intellettuale. E’ il motivo per cui non mi avete ancora visto, lo dico con molta modestia senza giudicare gli altri, in un film commerciale. Se mi dirigessi da solo la relazione con il regista sarebbe poco interessante.
E quando di fronte c’è un esordiente?
Sul set, e questo lo può dire lo stesso Matteo Garrone con cui ho fatto un solo film, arrivo molto preparato, e nutro sempre il massimo rispetto per chi è dietro alla cinepresa. Per fare grande un film è necessaria il massimo della collaborazione.

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