Berlinale chiama Italia

Significativa da sempre la presenza italiana al festival, tra film in concorso e artisti in giuria, ma pochi premi. L’ultimo è l’Orso d’oro dei Taviani
10 Febbraio 2016
Festival, In evidenza
Berlinale chiama Italia
L'Orso d'oro dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani per il film Cesare Deve Morire

Al via da domani, 11 febbraio 2016, la 66. edizione del Festival Internazionale del Film di Berlino. L’Italia è presente in Concorso con Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi – già vincitore con Sacro Gra del Leone d’oro alla 70. Mostra del Cinema della Biennale di Venezia –, nonché con Alba Rohrwacher come membro della Giuria internazionale presieduta da Meryl Streep. La Berlinale renderà inoltre omaggio a Ettore Scola, maestro del cinema italiano scomparso lo scorso 19 gennaio, con una proiezione di Ballando ballando (1983) nella sezione Berlinale Special. La presenza qualificata del cinema nazionale a Berlino nel 2016 non è però un fatto isolato. Lungo infatti è l’elenco di film e personalità della nostra industria culturale che negli anni hanno preso parte al Festival tedesco, contribuendo a promuovere l’immagine del nostro cinema a livello internazionale.

Il cinema italiano a Berlino
Passando in rassegna il programma della Berlinale, negli ultimi sei anni dal 2010 al 2015, troviamo una buona selezione di titoli italiani nelle diverse sezioni del Festival. Anzitutto, il Concorso ha ospitato nelle ultime edizioni i decani Paolo e Vittorio Taviani con Cesare deve morire (2012) – vincitori dell’Orso d’oro –, ma anche Laura Bispuri con Vergine Giurata (2015), suo primo lungometraggio.

La principale vetrina del cinema tricolore è però la sezione Panorama, dedicata al cinema emergente ma anche d’autore e ai documentari, che dal 2010 a oggi ha proposto ben 8 opere italiane: Mine vaganti (2010) di Ferzan Ozpetek, Due vite per caso (2010) di Alessandro Aronadio, Qualunquemente (2011) di Giulio Manfredonia, Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012) di Daniele Vicari, The Summit (2012) di Franco Fracassi e Massimo Lauria, Felice chi è diverso (2014) di Gianni Amelio, In grazia di Dio (2014) di Edoardo Winspeare e Resistenza Naturale (2014) di Jonathan Nossiter.

Nutrita è anche la presenza in Berlinale Special, sezione che include omaggi a grandi autori – Mario Monicelli (Il marchese del Grillo nel 2011) e quest’anno Ettore Scola – e opere che affrontano temi rilevanti della contemporaneità, dove possiamo trovare Silvio Soldini con Cosa voglio di più (2010), Gianni Di Gregorio con Gianni e le donne (2011), Giuseppe Tornatore con La migliore offerta (2013), Ermanno Olmi con Torneranno i prati (2015), sino alla serie TV 1992 (2015) di Giuseppe Gagliardi.

In Forum, che si occupa principalmente di opere che percorrono strade narrative-visive più innovative o sperimentali, negli ultimi anni sono passati: La bocca del lupo (2010) di Pietro Marcello, Materia Oscura (2013) di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Il gesto delle mani (2015) di Francesco Clerici.

Nella sezione Generation, dedicata al cinema per ragazzi e che affronta i temi dell’infanzia e adolescenza, ricordiamo la presenza di Tizza Covi e Rainer Frimmel con Non è ancora domani (La Pivellina) nel 2010, Fabio Mollo nel 2014 con Il Sud è niente e nel 2015 sia Lamberto Sanfelice con Cloro che Duccio Chiarini con Short Skin, progetto sviluppato nell’ambito di Biennale College della Mostra del Cinema di Venezia.

Numerose poi le retrospettive dedicate al cinema italiano, così come i titoli presenti in altre sezioni come Culinary Cinema che ha ospitato: Io sono l’amore (2010) di Luca Guadagnino, Le quattro volte (2011) di Michelangelo Frammartino, Slow Food Story (2013) di Stefano Sardo e Quando l’Italia mangiava in bianco e nero (2015) di Andrea Gropplero di Troppenburg.

Berlinale, l’Italia nelle coproduzioni
Come emerge anche dall’ultimo Rapporto. Il Mercato e l’Industria del Cinema in Italia coeditato nel 2015 dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Direzione Generale Cinema del MiBACT, le coproduzioni internazionali, in particolare europee, sono in crescita per guadagnare maggiore penetrazione sui territori dell’Unione e garantire budget più elevati. Tra le coproduzioni alla Berlinale, cui l’Italia ha preso parte, si distinguono: Il nastro bianco (2009, At-De-Fr-It) di Michael Haneke, già Palma d’oro nel 2009 a Cannes e vincitore di tre Premi EFA, passato nel 2010 nella sezione German Cinema, La faida (2011, Us-Al-Dk-It) di Joshua Marston che alla 61. Berlinale ha ottenuto l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura e il Premio della Giuria Ecumenica, The Special Need (2014, De-It) di Carlo Zoratti e Il padre (2014, De-Fr-It) di Fatih Akin, entrambi presenti nella sezione LOLA at Berlinale.

Si ricordano inoltre come coproduzioni anche i già menzionati: Cosa voglio di più (It-Ch), Non è ancora domani (At-It), Le quattro volte (It-De-Ch), Diaz (It-Ro-Fr), Resistenza Naturale (It-Fr), Il Sud è niente (It-Fr), Vergine giurata (It-Ch-De-Al) e, nel 2016, Fuocoammare (It-Fr) di Rosi in Concorso.

Non solo film, ma anche artisti e intellettuali in Giuria
Nelle 66 edizioni della Berlinale, tante sono le personalità dell’industria culturale italiana chiamate in Giuria. Anzitutto nel periodo preso in esame, 2010-2015, troviamo un cinema declinato al femminile: la già citata Alba Rohrwacher nel 2016, Isabella Rossellini in qualità di Presidente di Giuria nel 2011 e Francesca Comencini nel 2010. Nella Giuria Opera Prima figura nel 2014 Valeria Golino. Andando poi a ritroso nel tempo, il dato che emerge è una varietà di figure professionali del settore, da registi, attori, sceneggiatori, sino a intellettuali e critici cinematografici. Tra questi: Fernaldo Di Giammatteo (1957), Ignazio Silone (1959), Gian Luigi Rondi (1961, 1982), Guglielmo Biraghi (1963 e Presidente nel 1988), Pier Paolo Pasolini (1966), Sergio Leone (1978), Liliana Cavani (1979), Tullio Kezich (1984), Alberto Sordi (1985), Gina Lollobrigida (1986, Presidente), Roberto Benigni (1990), Gillo Pontecorvo (1991), Vincenzo Cerami (1996), Dario Argento (2001), Valeria Bruni Tedeschi e Gabriele Salvatores (2004).

Pochi premi e magri incassi
Nonostante la qualità e la varietà di proposte cinematografiche italiane al Festival di Berlino, si registrano pochi riconoscimenti per il nostro cinema. Negli ultimi sei anni a vincere l’Orso d’oro sono stati solamente Paolo e Vittorio Taviani con Cesare deve morire (2012), vincitore anche del Premio Giuria Ecumenica. In passato a ottenere l’ambito riconoscimento sono stati: nel 1961 Michelangelo Antonioni con La notte, nel 1963 Gian Luigi Polidoro con Il Diavolo condiviso in ex aequo con il giapponese Bushido di Tadashi Imai, nel 1971 Vittorio De Sica con Il giardino dei Finzi-Contini, nel 1972 Pier Paolo Pasolini con I racconti di Canterbury e nel 1991 Marco Ferreri con La casa del sorriso.

Dal 2010 al 2015 l’Italia ha ottenuto però alcuni premi collaterali: La bocca del lupo (Premio Caligari, Teddy Miglior Documentario), Diaz (Premio del Pubblico – Panorama) e Il gesto delle mani (Premio FIPRESCI). A Isabella Rossellini, inoltre, è stato conferito nel 2013 il premio onorario Berlinale Camera, riconoscimento assegnato anche a Carlo Petrini nel 2015.

Sul fronte degli incassi, purtroppo la Berlinale non ha incentivato il pubblico a scoprire in sala i titoli passati al Festival. Nonostante l’Orso d’oro, Cesare deve morire dei Taviani ha ottenuto nel 2012 solamente 764.824€. Sempre nel 2012 Diaz di Vicari totalizza 1.986.052€ al box office, ma lontano dalle attese dei produttori, così come Soldini con Cosa voglio di più che totalizza 1.947.231€ nel 2010. Difficile invece  il percorso in sala per In grazia di Dio, Vergine giurata, così come Cloro e Short Skin, tutti al di sotto dei 500mila Euro.

Ben altri numeri hanno ottenuto Mine vaganti (8.357.817€, 2010), Qualunquemente (15.883.605€, nel 2011) e La migliore offerta (9.301.607€, 2013); occorre però sottolineare che il successo di queste opere è indipendente dalla partecipazione al Festival tedesco, perché incentivati da altre leve come la presenza di attori noti o registi molto amati dal pubblico nazionale.

Sperando nel successo di Gianfranco Rosi alla Berlinale 66, possiamo riconoscere nel tempo una costante e rilevante partecipazione del cinema italiano al festival tedesco, sia come titoli in competizione o nelle retrospettive sia come presenza qualificata nelle Giurie. È da sottolineare che questo non sortisce però effetti di traino per il pubblico in sala nel nostro Paese, differentemente dal Festival di Cannes e di Venezia, capaci di richiamare un maggior numero di spettatori italiani.

 

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