Amarcord

Andrea Borgia ricorda Federico Fellini sulla Rivista del Cinematografo di ottobre 2003, nel decennale della morte
30 Ottobre 2013
Amarcord
Fellini sul set con Magali Noel

(Rivista del Cinematografo, numero 10, anno 73)

31 ottobre 1993. Muore a Roma il grande regista riminese Federico Fellini. Lascia giovanissimo l’ambiente provinciale di Rimini trasferendosi prima a Firenze, dove lavora come disegnatore di fumetti, poi, nel 1939, a Roma. Divenuto redattore del “Marc’Aurelio” e autore di copioni per la radio, entra nel mondo del cinema come gag-man di Erminio Macario e di Aldo Fabrizi. Ma sono l’incontro con Roberto Rossellini e la sua collaborazione alla sceneggiatura di Roma città aperta (1945) a imprimere una svolta decisiva alla sua carriera. Lavora per molti anni come sceneggiatore, partecipando al clima del neorealismo accanto a Rossellini, Germi e Lattuada. Con quest’ultimo firma la regia di Luci del varietà (1951), rivelandovi una delle costanti del suo universo poetico: la ricerca autobiografica. Ricerca che diviene motivo di fondo nei due film successivi, Lo sceicco bianco (1952) e I vitelloni, (1953). Anche se inscrivibili, in senso lato, nella linea neorealistica, contengono già una concezione del cinema diversa, con una ricchezza di spunti figurativi e tematici che si sviluppano nelle opere a seguire: La strada (1954), Oscar per il miglior film straniero e “favola realistica” sulla solitudine dell’uomo moderno; Il bidone (1955), sarcastica parabola su una società che schiaccia deboli e indifesi; Le notti di Cabiria (1957), elogio dell’irrazionale in un mondo sclerotizzato e ipocrita. La matrice spiritualistica e cattolica del cinema felliniano si manifesta appieno ne La dolce vita (1959), lucida fenomenologia di una realtà amata e insieme odiata, cui segue Otto e mezzo (1963), il più compiuto tentativo di Fellini di indagare, anche crudelmente, sulle ossessioni e la crisi di un artista.
A partire da La dolce vita, si precisa in Fellini un nuovo tipo di figuratività corposa e straripante, che invade lo schermo scoprendone, in un certo senso, una diversa, ulteriore dimensione. Questi aspetti figurativi si sono ritrovati nei lavori successivi: Giulietta degli spiriti (1965), suo primo film a colori, e Fellini-Satyricon (1969). Da segnalare anche, in quegli anni, le short stories in due film collettivi a episodi, Boccaccio ’70 (1962) e Tre passi nel delirio (1968). A sicuri esiti di autenticità espressiva torna poi con I clowns (1970), Roma (1972) e Amarcord (1974, premio Oscar nel 1975), nati da uno sforzo consapevole e sincero di “oggettivare” i propri ricordi. Con Il Casanova di Federico Fellini (1976), film per cui lo scenografo e costumista Danilo Donati vince l’Oscar per i costumi, il regista tenta un approccio globale con la storia, intavolando un dialogo problematico e favoloso con un personaggio dominato dall’angoscia esistenziale. Nel 1979 Fellini realizza per la televisione Prova d’orchestra, allegoria del marasma politico-sociale dell’Italia contemporanea, centrato su uno sciopero di orchestrali. La confusione e il suo assordante rumore sono al centro anche de La città delle donne (1980), in cui il regista confessa il suo terrore per gli eccessi del movimento femminista, ma cerca pure di fare il punto sui suoi problemi irrisolti nei confronti della figura femminile. Accolto con non poche riserve dai critici e dalle femministe e poco amato dal pubblico per la sua cripticità, il film rimane comunque fra i suoi vertici artistici. Dopo E la nave va (1983), Oscar per le scenografie di Dante Ferretti, Fellini è premiato nel 1985 con un Leone d’Oro alla Carriera e si lascia convincere a girare alcuni spot pubblicitari (Campari e Barilla). Subito dopo dirige Ginger e Fred (1986), rivisitazione nostalgica delle più significative icone del suo cinema (Giulietta Masina e Marcello Mastroianni), in cui non fa mistero del suo disprezzo per l’invadenza fastidiosa della pubblicità e della televisione. L’anno successivo riceve una laurea honoris causa dall’Università di Urbino e presenta Intervista, in cui parla di se stesso, del cinema che fu e di molto altro, mischiando, al solito, immagini della realtà e messe in scena di un passato autobiografico mitizzato e ironizzato al contempo.
Nel 1990 esce La voce della luna, film di grande poesia e di suggestiva figurazione, che si affida alle efficaci caratterizzazioni di Roberto Benigni e Paolo Villaggio per riassumere molti dei suoi temi: la riflessione sulla morte, l’atteggiamento contraddittorio nei confronti della figura femminile, il suo fastidio per il “rumore” che pervade la società moderna. Il film si conclude con l’implorazione finale di Ivo/Benigni a fare un po’ di silenzio e ascoltare, perché solo così “forse qualcosa potremo capire”.
Nel marzo del 1993 riceve l’Oscar alla Carriera e il 3 agosto viene colpito da un ictus cerebrale mentre si trova al Grand Hotel di Rimini. Curato a Ferrara e Rimini, viene colto da un nuovo attacco a Roma, dove muore il 31 ottobre. Migliaia di persone visitano la camera ardente, allestita nello Studio 5 di Cinecittà, il suo preferito.
Artista poliedrico, dall’immaginario inesauribile, pur tornando spesso sugli stessi temi, ha combinato insieme realtà e fantasia, commozione e ironia, realismo e deformazione grottesca, dramma e comicità, leggerezza nostalgica e graffiante satira di costume.

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