All Star Croisette

Divi di ogni grandezza e omaggi imperdibili, film attesi in Concorso e in Un Certain Regard: ecco il meglio della 64ma edizione
10 Maggio 2011
All Star Croisette

Bisogna riconoscerlo: Cannes pensa in grande. Non è solo una questione di titoli e di budget, è la visione di insieme. La strategia di calibrare l’attenzione su eventi diversi, senza indebolire lo spirito del festival, la qualità delle selezione. Ed ecco che la Palma alla carriera a Bernardo Bertolucci e la festa per Jean-Paul Belmondo possono convivere con la quarta puntata dei Pirati dei Caraibi in 3D e la lista di pesi massimi in cartellone. Woody Allen in apertura (Midnight in Paris) con la moglie del presidente Carla Bruni, e per citarne alcuni: Johnny Depp, Penélope Cruz, Brad Pitt, Sean Penn, Jodie Foster, Mel Gibson, Charlotte Rampling. Ancora Robert De Niro presidente di giuria, in compagnia di Uma Thurman e Jude Law. Almeno 10 big in concorso: dalla sorpresa Almodovar (La piel que habito), il fantascientifico Lars von Trier (Melancholia) ai fratelli Dardenne (Le gamin au velo), Nanni Moretti (Habemus Papam), Alain Cavalier (Pater), Aki Kaurismaki (Le Havre), Radu Mihaileanu (La source des femmes) e Takashi Miike (Ichimei). Esordienti e storie che faranno scalpore: l’erotico La bella addormentata di Julia Leigh e We Need to Talk About Kevin di Lynne Ramsay. Dal libro omonimo, lettera aperta di una madre straziata dalle mostruosità commesse dal figlio. Gus Van Sant (Restless), Robert Guediguian (Les neiges du Kilimandjaro) e Kim Ki-duk (Arirang) nella sezione parallela Un Certain Regard.
E Terrence Malick, ovviamente. In competizione con TheTree of Life, uno dei film più attesi degli ultimi anni al di là di ogni immaginabile risultato. Se il quinto lavoro di Malick è l’evento annunciato, non c’è dubbio che la star di Cannes 2011 sia Sean Penn. In una duplice prova di attore, accanto a Pitt in The Tree of Life e protagonista assoluto di This Must Be the Place di Paolo Sorrentino. Due opere difficilmente accostabili, se non per la condivisa ricerca di inedite soluzioni formali, che nel caso specifico hanno come trait d’union, oltre allo stesso Penn, anche uno spunto narrativo: l’elaborazione del rapporto padre figlio. Propedeutico per l’indagine filosofica mistica di Malick, che esplora le fasi della vita: infanzia, adolescenza e maturità a cui fanno da contraltare innocenza, disincanto e consapevolezza. Pilastro drammaturgico per Sorrentino e qui Penn è l’asso nella manica: il personaggio che regge la storia sulle spalle, nelle vesti dark di Cheyenne, ex rock star degli anni ottanta in declino, simile come una goccia d’acqua a Robert Smith, il leader dei Cure. Che ha raggiunto la fama ed è diventato un rottame in attesa di uno scopo, la villa dove vive con la moglie Jane (Frances McDormand) richiama i fasti precedenti e la desolazione di oggi, l’enorme piscina senza acqua trasformata in un campo personale di squash. La notizia dell’agonia paterna, lo porta da Dublino a New York e New Mexico, per scovare, tra inerzia e vendetta, il criminale nazista che ha torturato e umiliato il padre. Coraggioso e speriamo all’altezza delle aspettative, Sorrentino è una delle grosse scommesse della 64ma edizione, mai come quest’anno tanto azzeccata.

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